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martedì 30 giugno 2009

William Miller, tra risveglio e conservazione

William Miller può a buona ragione essere considerato il fondatore dell’Avventismo americano. Non che prima di lui nessuno si fosse interessato al secondo avvento, ma certamente a lui va il merito di aver risvegliato nel vasto pubblico l’attenzione sull’argomento e d’aver creato intorno a sé un movimento che la “grande delusione” del 22 ottobre 1844 non bastò a disperdere. Il seme da lui piantato su un terreno in buona parte ostile con il tempo avrebbe comunque prodotto un frutto abbondante. La visione ottimistica di un mondo che si sarebbe convertito all’evangelo entro i prossimi secoli prima del ritorno di Cristo oggi è minoritaria e prevale l’insegnamento pre-millennarista di Miller che attende come imminente la venuta in gloria di Gesù che pone fine ad un mondo che sta per colmare la misura della propria ingiustizia. Nel 1997 l’Associated Press effettuò un sondaggio presso la popolazione cristiana degli Stati Uniti, dal quale emerse che quasi il quaranta per cento di chi si dichiarava cristiano attendeva il ritorno di Cristo entro il ventunesimo secolo.

Ma soprattutto Miller ha posto il fondamento teologico su cui hanno costruito le confessioni avventiste costituitesi dopo la sua morte, avvenuta nel 1849. Nella teologia milleriana fondamentale era il ruolo svolto dalla Bibbia. Egli era convinto che essa potesse essere pienamente compresa ed autosufficiente, che fosse la risposta alle umane necessità, e che rivelava il piano divino gettando luce sugli eventi futuri. La sua formazione razionalista, dovuta al trascorso retaggio deista, gli dava la convinzione che ogni passo della Bibbia avesse una sua ragion d'essere ed un ben preciso significato. Riferendosi al suo studio personale del sacro testo giunse a definirlo una “festa della ragione”. La sua predicazione riscuoteva successo perché egli conduceva i suoi ascoltatori passo passo attraverso il proprio ragionamento, procedendo per esclusione, finché non restava l’ultima opzione che era quella da lui sostenuta. Questo taglio razionale dato all’esposizione della Bibbia infuse tanta sicurezza negli ascoltatori da tradursi in una forza irresistibile.

Certamente, grazie a questa impostazione razionale data al suo approccio con le Scritture, il miglior contributo teologico che Miller lasciò in eredità all’avventismo fu il suo impianto escatologico. Esso non si limitava alla sola idea, sia pure di maggiore impatto, che Gesù sarebbe stato di ritorno all’incirca nel 1843; ma si articolava in un vero e proprio sistema interpretativo della Bibbia da una prospettiva storicistica, che era appunto quella più razionale. Le altre due letture, quella preterista e quella futurista, schiacciavano gli eventi predetti dalla profezia tutti in un passato possibilmente contemporaneo alla sua redazione o li proiettavano in un lontanissimo e indeterminabile futuro, il tutto perché non si credeva realmente nell’ispirazione soprannaturale dello scrittore biblico od anche per scongiurare scomode identificazioni di istituzioni, quali la chiesa di Roma o le chiese storiche della Riforma, con le figure simboliche decisamente negative descritte negli scenari apocalittici. La lettura storicistica delle profezie invece consentiva di scorgere lo svolgersi degli eventi narrati e anticipati nel racconto profetico, senza soluzione di continuità, dai giorni del profeta sino alla fine dei tempi. Oltre ad essere la più razionale, questa lettura, al contrario delle altre, non faceva violenza né al testo né alla ragion d’essere della stessa profezia. In tal modo, adoperando il principio giorno/anno, ben conosciuto sia dagli esegeti ebrei in età ellenistica sia da quelli cristiani dei primi secoli, egli lo applicò alle profezie cronologiche quali quella delle settanta settimane di Daniele 9, quella dei 2300 giorni/anni di Daniele 8:14; quella dei 1260 giorni (o dei tre tempi e mezzo) di Daniele 7:25, 12:7, e Apocalisse 12:14. Così facendo vi scorse una perfetta corrispondenza con gli eventi storici che andavano dai giorni di Daniele fino al tardo XVIII secolo per concludersi, infine, attorno all’anno 1843. Ne dedusse che tali periodi profetici puntassero tutti verso la seconda venuta di Gesù che egli intendeva in senso letterale, visibile e personale. La sua insistenza su un secondo avvento pre-millenniale di Gesù cozzava direttamente contro l’utopistico post-millennarismo di Charles Finney e d’altri predicatori suoi contemporanei. Miller poneva l’accento sul fatto che la parusia avrebbe comportato la distruzione con il fuoco dei malvagi e della stessa terra. La sua era una visione che non concedeva spazio alcuno ad una seconda possibilità di salvezza individuale o ad una futura conversione del mondo. Ogni possibilità di salvezza per il mondo sarebbe cessata con il secondo avvento. Allora i giusti morti sarebbero risuscitati per unirsi ai giusti viventi e vivere mille anni su una terra perfettamente restaurata.

Ironia volle che la predicazione innovativa di Miller si fondasse su elementi dottrinali che singolarmente presi erano tutt’altro che ignoti e incondivisi dalle singole teologie. Ciò che rendeva insolita la sua costruzione escatologica era il reciproco accostamento di tali elementi. Ciò faceva sì che i suoi ascoltatori rimanessero sorpresi dalle sue parole ma al contempo le afferrassero perfettamente. L’insegnamento di Miller, attentamente documentato da prove storiche e scritturali, non poteva lasciare indifferenti i sinceri ascoltatori; anzi, ne modificava radicalmente la visione del mondo, e suscitava in loro un tale senso d’urgenza da cambiare i loro obiettivi e il loro stile di vita.

Sebbene costretto dalla propria onestà intellettuale ad adottare uno schema escatologico ai suoi giorni non convenzionale, Miller rimase in fondo un tradizionalista legato alle proprie radici battiste. Questa contraddizione di fondo si rese soprattutto evidente in varie occasioni quando capitò che i membri del suo movimento, applicando il suo metodo e talvolta persino le sue intuizioni, raggiunsero posizioni in cui egli ebbe difficoltà a riconoscersi. Ciò valse sia per l’ambito profetico che per le altre dottrine. Il movimento millerita era infatti costruito su una formula innovativa le cui dinamiche non potevano essere previste neppure dal suo stesso fondatore. Tale formula consisteva fondamentalmente in due componenti identificabili nella Sola Scriptura e nell’apporto interconfessionale. La prima componente, in realtà, non era in sé innovativa: l’avevano infatti coniata le chiese della Riforma per distinguersi dal cattolicesimo che poneva la tradizione sullo stesso piano della Bibbia e di fatto toglieva a questa la funzione di “carta costituzionale” con cui confrontare ogni singola dottrina sorta in seno al cristianesimo, e spesso con il tempo modificatasi. Le chiese protestanti tuttavia s’illudevano d’essersi liberate dalla tradizione: lo dimostrava il fatto che erano tante, ognuna con un suo carattere ma anche con una propria teologia frequentemente in contrasto con le altre. Se la Bibbia è una, l’esistenza di molte teologie dimostrava che Sola Scriptura non veniva applicata con efficacia. Era impossibile che tutte fossero nel giusto rispetto all’insegnamento biblico. Non restavano che tre possibilità: che tutte fossero nell’errore, che tutte tranne una fossero nell’errore (che è poi la convinzione della maggior parte dei fedeli), che tutte presentassero un mix di verità ed errore, sempre rispetto all’insegnamento biblico. Quest’ultima possibilità, preso atto della natura limitata e contraddittoria della specie umana, appare come la più realistica. L’analisi storica testimonia infatti che le chiese protestanti si liberarono solo in parte delle tradizioni in contrasto con l’insegnamento biblico ed anzi perseguitarono i gruppi radicali, come gli anabattisti, perché sostenevano il ritorno alla dottrina della chiesa primitiva e per questo detti restituzionisti. Con il tempo le chiese protestanti svilupparono loro tradizioni specifiche, e ciò cristallizzò e irrigidì ulteriormente i loro credi. Nel momento in cui Miller applicava il principio della Sola Scriptura cercò di superare il suddetto limite, riuscendovi solo in parte. Egli infatti s’impose di studiare la Bibbia da capo a fondo, senza l’ausilio di alcun commentario, lasciando che essa si spiegasse da sé grazie al confronto dei passi paralleli. Questo metodo applicato allo studio delle profezie fece sì che egli fosse poco condizionato dalle interpretazioni allora maggiormente seguite, ma non per questo necessariamente corrette, scoprendo da sé quella chiave interpretativa che tanto successo determinò per la sua predicazione. Ma Miller non era un marziano che si avvicinava per la prima volta al cristianesimo. Per qualche tempo aveva aderito al deismo, ma proveniva da una famiglia di tradizione cristiana ed egli stesso era vissuto in un contesto culturalmente cristiano. E ciò non poteva lasciarlo del tutto libero da condizionamenti. Lo si è visto per l’enorme abbaglio che egli prese interpretando la profezia dei 2300 giorni/anni, ben compresa nel suo impianto generale ma fraintesa per l’evento finale che essa indicava, ovvero la purificazione del santuario. Ci è rimasta testimonianza del percorso che lo portò a dedurre che tale purificazione si riferisse alla catarsi della terra con il fuoco quando Cristo sarebbe tornato, così come l’apostolo Pietro aveva scritto: “I cieli e la terra attuali sono … riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli empi” (2Pt 3:7). Come sempre il suo fu un ragionamento logico, cercando pure di essere rispettoso del testo biblico. Egli indagò sul significato del santuario, quindi elencò e spiegò i sette oggetti che nella Bibbia sono designati con il nome di santuario: Gesù Cristo, il cielo, i giudei, il tempio di Gerusalemme, il luogo santissimo, la terra e la chiesa. Passò pertanto ad eliminare quelli che mal s’adattavano a chiarire il testo di Daniele 8:14. Non “Cristo, perché egli non è impuro”; non “il cielo, perché anch’esso non può dirsi impuro” e così di seguito, finché giunse alla conclusione che solo due cose definibili santuario potessero essere oggetto di purificazione, e “queste erano la terra e la chiesa”. Scelse la terra perché, in fondo, era l’opinione più diffusa. Ecco così che un’opinione che non aveva basi bibliche lo trattenne dall’approfondire lo studio del santuario che lo avrebbe indirizzato verso l’opzione del cielo che egli aveva invece scartato “perché anch’esso non può dirsi impuro”. Dico approfondire anziché documentarsi perché in realtà Miller la Bibbia l’aveva passata tutta al vaglio della propria indagine, ed aveva anche riflettuto sul cerimoniale del santuario in quanto tipologico del piano della salvezza e dell’azione redentrice di Cristo. Nel maggio del 1843, in una lettera ad Himes, egli notava la correlazione tipologica tra le cerimonie primaverili del santuario con la prima venuta di Cristo, e tra quelle autunnali con la sua seconda venuta. In queste ultime egli vide chiaramente il nesso tra il rito di purificazione del santuario compiuto dal sommo sacerdote e l’opera finale di Cristo al punto da ipotizzare come possibile una coincidenza anche temporale tra i due eventi (“Se ciò dovesse esser vero non vedremo la sua gloriosa apparizione fino al tempo dell’equinozio autunnale”). Poi, però, prevalsero altre considerazioni e solo lo studio di Samuel Snow, con molte resistenze, riuscì a convincerlo dell’importanza di questa correlazione. Miller stesso ammise alla vigilia del 22 ottobre 1844: “Dal punto di vista tipologico, un anno e mezzo fa non riuscivo a comprendere la forza di questi tipi profetici”. Ma nonostante questa confessione, egli non intraprese mai uno studio sistematico del santuario e si limitò ad accettare l’opinione tradizionale che il santuario da purificare nel tempo escatologico fosse la terra. E pensare che dei segnali che dovevano metterlo in allarme, anche ben prima della grande delusione, gli giunsero. Già nel 1840 Josiah Litch, uno dei suoi più stretti collaboratori, si dichiarò perplesso sulla coerenza di quest’interpretazione. Egli osservò che identificando la purificazione del santuario con la venuta di Cristo e con la distruzione dei malvagi si sarebbe saltato un passaggio fondamentale: il loro giudizio. Un giudizio processuale avrebbe pertanto dovuto precedere la risurrezione e l’esecuzione del giudizio. Quando poi il 22 ottobre Gesù effettivamente non tornò, la comunità millerita non fu lasciata senza luce; Hiram Edson ebbe la comprensione che il santuario da purificare non era la terra ma il santuario celeste di cui quello terreno era una copia, e che Gesù il 22 ottobre non doveva venire sulla terra bensì entrare nel luogo santissimo di quel santuario per compiere l’ultima incombenza prima del suo ritorno. Edson, a seguito di questa che egli credette essere una rivelazione, iniziò insieme ad altri due amici milleriti lo studio del santuario e scoprì che tutti i riti e le cerimonie del santuario terreno indicavano l’azione d’intercessione e di giudizio che il Figlio di Dio, il Sommo Sacerdote celeste, compiva per l’umanità. Il 22 ottobre pertanto Egli, pur non cessando la funzione d’intercessore, aveva assunto quella solenne di giudice; e l’evento indicato dalla profezia dei 2300 giorni/anni non indicava la fine del mondo ma l’inizio del tempo della fine; non l’esecuzione del giudizio ma l’inizio di quel giudizio processuale cui aveva già fatto riferimento Josiah Litch. Ovviamente il risultato di questo studio venne messo a disposizione della comunità millerita che, tuttavia, in genere lo accolse con scetticismo. A cominciare dallo stesso Miller. E così, respinta questa luce, egli, che era certo dei propri calcoli, non riuscì a capire dove stava l’errore. Mantenne tuttavia la fede nel ritorno di Gesù che continuò a ritenere imminente. Sola Scriptura veniva ostacolata dalla tradizione protestante; e Miller era in fondo un tradizionalista. Il suo stesso impianto escatologico, oltre ad essere condiviso da molti altri studiosi della cristianità, come abbiamo detto, non era originale nei suoi singoli elementi quanto piuttosto nel loro reciproco accostamento. Quest’atteggiamento di chiusura per ogni dottrina che esulava dalle tradizioni protestanti, a prescindere dal fatto che fosse o non fosse sorretta dal testo biblico, emerse fortemente dal Congresso di Albany che assunse una decisa valenza conservatrice allo scopo di ricompattare il movimento attorno ai tradizionali elementi della dottrina protestante. Da questa corrente maggioritaria del millerismo sorse la Chiesa Avventista Evangelica che tuttavia finì per estinguersi perché priva d’un messaggio realmente propositivo.

Significative furono le assenze al Congresso di Albany. Mancava George Storrs, che aveva diffuso tra i milleriti la dottrina dell’immortalità condizionata o del sonno dei morti. Mancava Enoch Jacobs, editore del Day Star di Cincinnati, che aveva pubblicato lo studio sul santuario elaborato da Edson, Crosier e Hahn. Mancava Joseph Bates che proprio quel mese aveva accolto la dottrina sul sabato. E qui veniamo a quel secondo elemento su cui era fondato il movimento millerita. Il primo, abbiamo detto, era il Sola Scriptura. Il millerismo era un movimento del “Libro”, e Miller sosteneva che la Bibbia era autorità a se stessa e per la persona che se ne nutriva direttamente. Mentre quando la base dell’autorità si fondava sul dogma, su altri individui o sui loro scritti allora era quest’autorità esterna che si faceva centrale, sostituendosi agli insegnamenti della Bibbia stessa. Josiah Litch, nel sintetizzare quest’approccio, affermò che il millerismo “ha dato alla chiesa e al mondo un sistema interpretativo del sacro canone semplice, chiaro, ricco di buon senso tanto che chiunque decida di leggere la Bibbia e ne confronti le varie parti, possa comprendere la parola di Dio” senza l’aiuto di una qualsiasi autorità erudita. Questo profondo e dignitoso rispetto per l’autorità dalla Bibbia, di tutta la Bibbia, è stata la principale e diretta eredità lasciata da Miller al proprio movimento. Anche se poi i condizionamenti determinati dalla tradizione extrabiblica protestante hanno rappresentato involontariamente un freno alla piena applicazione di questo principio. Un efficace correttivo a questa remora si rivelò il secondo elemento, di quella formula innovativa su cui fu edificato il movimento millerita, che abbiamo detto essere l’apporto interconfessionale. Il millerismo fu un movimento assolutamente interconfessionale, poiché i suoi membri vi trovarono pari dignità a prescindere dalla loro appartenenza denominazionale. Certamente l’unico tema che accomunava tutti e su cui c’era più accordo era quello escatologico; sulle altre dottrine, provenendo da tante confessioni, v’erano altrettante ragioni di reciproco dissenso. Ma essi godevano di un’insolita condizione di comunione e costituivano un’eccezionale rete sociale (un social network ante litteram) utile pure per far conoscere le rispettive specificità dottrinali. Molti milleriti avevano pagato di persona – con l’espulsione dalle loro chiese – la difesa di una specificità dottrinale non condivisa dalla teologia ufficiale della denominazione. Essi erano perciò più disponibili ad esaminare una dottrina per loro nuova prima di tacciarla di falsità; erano cioè meno disposti – così come in genere si fa – ad applicare a priori etichette di falsità alle credenze altrui. Se poi condividiamo la constatazione che ogni chiesa ha nel corso dei secoli accumulato errori ma anche maturato specifiche sensibilità e riflessioni, che l’hanno condotta a custodire o a riscoprire preziose verità dottrinali, allora comprendiamo quanto utile e irripetibile sia stata l’occasione vissuta dai milleriti di poter serenamente confrontarsi sui loro rispettivi sistemi dottrinali e di poter ripristinare principi di fede andati perduti da lungo tempo, almeno dalla maggioranza della cristianità.

Uno di questi principi è il condizionalismo, che ha finito per caratterizzare tutte le denominazioni avventiste. Altro non è che la dottrina dell’immortalità condizionata secondo cui i morti si trovano in uno stato d’incoscienza fino al giorno della risurrezione. Poiché l’uomo non possiede l’immortalità come qualità innata ma come dono per mezzo di Cristo, solo i giusti la riceveranno al momento della risurrezione mentre la punizione dei malvagi consisterà proprio in una completa e definitiva distruzione. Secondo prove bibliche e storiche questa era la credenza non solo dell’antico Israele ma anche della Chiesa primitiva. Poi ha prevalso il dualismo pagano dell’anima immortale, altro dal corpo mortale, e questa è diventata la norma di fede per la maggioranza della cristianità. Il condizionalismo fu posto all’attenzione dei milleriti dal movimento restituzionista della Christian Connection e, soprattutto, dal pastore metodista George Storrs che nel 1841 pubblicò i risultati dei suoi studi con il titolo An Inquiry: Are the Souls of the Wicked Immortal? In Six Sermons. Nel 1842 Storrs aderì al millerismo e si adoperò al suo interno per diffondere questa dottrina. Grazie alle sue capacità egli divenne uno dei più importanti ed apprezzati collaboratori di Miller ma il suo studio sull’immortalità condizionata sulle prime non ebbe un gran seguito. Tra i predicatori del movimento che vi aderirono possiamo annoverare Charles Fitch, quello che pronunciò il famoso sermone sull’uscita da Babilonia, ma non Miller, e Josiah Litch, addirittura, pubblicò un periodico dal titolo The Anti-Annihilationist proprio per opporvisi. Nel 1860 alcuni stretti seguaci di Miller che avevano abbracciato il condizionalismo, a cominciare da George Storrs, fondarono l’Associazione Cristiana Avventista che si contrapporrà ai maggioritari Avventisti Evangelici soprattutto su questo tema. E proprio questo tema sarà il principale impedimento ad ogni tentativo di unificare i due gruppi. Anche gli avventisti sabatisti aderirono a questa dottrina, molto prima del 1863 quando si costituirono in Chiesa Avventista del 7° Giorno. Pertanto, con l’estinzione degli avventisti evangelici, che furono inizialmente il gruppo maggioritario, tutti gli eredi del millerismo avevano abbracciato il condizionalismo.

Altro principio di fede portato all’attenzione dei milleriti è il riposo sabatico, e se ne fecero carico i Battisti del 7° Giorno, sorti in Inghilterra nel 1617. Il sabatismo si era diffuso in Inghilterra durante il regno di Elisabetta I (1558-1603), ad opera degli unitariani e di alcuni anabattisti olandesi. Esso trovò terreno fertile probabilmente perché l’antica Chiesa celtica, (fondata alla fine del II secolo da missionari antiocheni, pertanto la chiesa autoctona delle isole britanniche), fino al medioevo e all’assimilazione forzata da parte della Chiesa di Roma aveva sempre osservato il sabato come giorno di riposo, così come era d’uso nella chiesa primitiva. Ancora alla vigilia della Riforma Protestante, vi erano molte comunità nelle Highland scozzesi che continuavano ad osservare il sabato. Non deve pertanto stupire il fatto che diversi movimenti protestanti nell'Inghilterra del XVII secolo, come gli indipendenti, i quinto-monarchisti e, appunto, parte dei battisti osservassero il sabato anziché la domenica. La prima comunità battista del 7° Giorno organizzata sul suolo americano risale al 1671, e in essa col tempo confluirono pure alcuni sabatisti provenienti dall’Europa continentale, soprattutto dalla Germania.

Primo a richiamare l’attenzione dei milleriti sull’osservanza del sabato, già nel 1841, fu J.A. Begg, uno scozzese studioso delle profezie che dall’anno precedente aveva cominciato a diffondere articoli e libri sull’argomento. Ma la Chiesa battista del 7° Giorno, che li aveva pubblicati, proprio in quel periodo aveva deciso di intervenire direttamente con un’azione evangelistica per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del sabato, in modo particolare i milleriti. Infatti nell’aprile del 1842 essa inviò un articolo alla rivista Signs of the Times che questa però scelse di non pubblicare. Nel 1843 la conferenza generale di quella Chiesa si sentì investita del "solenne dovere" di diffondere questa dottrina con una modalità più "aggressiva", e al contempo prese delle misure per tradurre in pratica tale proponimento. Gli sforzi che seguirono non furono vani, e nella sessione del 1844 essa ringraziò Dio per il fatto che nel "paese era nato un interesse ben più profondo ed esteso di quanto si fosse mai manifestato in passato su questo argomento". Parte di questo interesse si era diffuso tra i milleriti, al punto che il Sabbath Recorder - rivista ufficiale di quella Chiesa - riportava nel giugno del 1844 "che un consistente numero di coloro che attendono come imminente l'apparizione di Cristo, hanno abbracciato il settimo giorno cominciando ad osservarlo come giorno di riposo". Il Recorder proseguiva considerando che la fedeltà al riposo sabatico andava valutata come "la migliore preparazione" in vista dell'Avvento.

Non è possibile quantificare il numero di milleriti condotti al riposo sabatico dai battisti del 7° Giorno, e quindi cosa la loro rivista intendesse con “consistente numero” di credenti nell’avvento che nell’estate del 1844 osservava il sabato. È però evidente che in quei giorni vi fu dibattito all’interno della comunità millerita. Se ne fece portavoce la rivista Midnight Cry che nel settembre di quell’anno pubblicò alcuni articoli sull’argomento. La posizione assunta fu in qualche modo compromissoria, dimostrando che all’interno della stessa redazione si distinguevano differenti opinioni. In sostanza vi si affermava che, sebbene “molte persone” fossero convinte della necessità d’osservare il sabato, in realtà ai cristiani non è richiesta la santificazione di alcuna porzione di tempo. Tuttavia “se questa conclusione non fosse corretta, in tal caso, pensiamo che il settimo giorno sia il solo giorno per la cui osservanza esista una legge”, ovverosia uno specifico comandamento del Decalogo.

Quanto ai nomi dei battisti del 7° Giorno che si fecero tramite del loro messaggio con i milleriti, uno dei più significativi di cui è rimasta memoria è certamente quello di Rachel Oaks Preston. All’inizio del 1844 ella aveva accettato con entusiasmo il messaggio dell’avvento e frequentando il gruppo millerita di Washington, nel New Hampshire, aveva a sua volta trasmesso ad esso il messaggio del riposo sabatico in modo così convincente che nella primavera di quell'anno molti membri della suddetta comunità iniziarono ad osservare il settimo giorno. L'opera di questa zelante cristiana fu importante non solo per il notevole risultato conseguito presso la comunità di Washington, ma anche per gli ulteriori sviluppi che produsse. Infatti fu per l'influenza esercitata da questa comunità che il predicatore battista millerita Thomas M. Preble si convertì nell'estate del 1844 all'osservanza del sabato. Vi sono buoni motivi per ritenere che Preble non fosse estraneo al dibattito sul tema innescatosi nel mese di settembre sul Midnight Cry. Ma la vera messe, prodotta da quei semi piantati prima della grande delusione d'ottobre, cominciò a raccogliersi l'anno seguente. Lo stesso Preble vi giocò un ruolo considerevole. Egli infatti a fine febbraio del 1845 pubblicò un importante articolo sull'argomento del sabato, a cui fece subito dopo seguire un opuscolo dal titolo esplicito: A Tract, Showing That the Seventh Day Should Be Observed as the Sabbath, Instead of the First Day «According to the Commandment». Le pubblicazioni di Preble giunsero all'attenzione del millerita Joseph Bates che le lesse con grande attenzione e ne confrontò le prove portate con la Bibbia, convincendosi che essa non autorizzava alcun cambiamento del giorno di riposo dal sabato alla domenica. Altro che "favole giudaiche e comandamenti d'uomini, che distolgono dalla verità" con cui la maggioranza dei milleriti liquidava il sabato in occasione del meeting di Albany! Con questa scoperta di Bates, come vedremo, nasce di fatto l'avventismo del 7° Giorno.

Che Miller incontrasse delle difficoltà a cogliere e a far propri dei concetti dottrinali quando si discostavano dalla tradizione protestante è un dato di fatto. Egli stesso ammise questo conformismo quando sfidò i suoi detrattori a mostrargli dove si era discostato dai principi ritenuti in linea con l’interpretazione protestante della Bibbia. Ciò valeva sia per gli argomenti escatologici, che costituivano il suo principale oggetto di studio e di predicazione, sia per qualunque altro tema. Per quanto riguardava l’escatologia però il suo era un conformismo più illuminato, meno pedissequo rispetto alle opinioni correnti; tuttavia sarebbe eccessivo affermare che egli fosse un anticonformista. Sebbene non aderisse alla visione postmillennarista allora prevalente, egli si mosse nel solco premillennarista comunque ortodosso all’interno della teologia protestante, ed un tempo persino maggioritario. Miller fu figlio della sua epoca ed anche del luogo che lo aveva espresso. Possedeva una mente analitica e ordinata che gli consentì uno studio generalmente approfondito dell’argomento escatologico e una sistematizzazione logica e dettagliata della materia, ma, come abbiamo visto, egli non insegnò nulla di nuovo; altri prima di lui avevano previsto il secondo avvento di Cristo all’incirca per la metà del XIX secolo. A cominciare da Lutero, il padre della Riforma, che prima della sua morte (avvenuta nel 1546) affermava: “Io sono persuaso che il giorno del giudizio avverrà nel giro di trecento anni. Dio non vuole, Dio non può sopportare oltre questo mondo così empio”. Evidentemente l’indicazione precisa di Lutero dimostra che egli aveva meditato sulle profezie cronologiche di Daniele e Apocalisse. Ed un luterano, Johann Albecht Bengel, vissuto un secolo prima di Miller, dallo studio delle medesime profezie aveva anch’egli concluso che la fine era d’attendersi all’incirca per il 1836. Come abbiamo già detto, i calcoli di Bengel trovarono la completa adesione di John Wesley, il fondatore del metodismo, ovvero della confessione cristiana maggioritaria in America ai giorni di Miller. Bengel, come tanti altri, aveva adottato il metodo interpretativo del giorno equivalente ad un anno anche nella profezia dei 2300 giorni di Daniele 8. E un altro teologo tedesco, il calvinista Johann Philipp Petri (1718-1792), aveva osservato la stretta correlazione tra i capitoli 8 e 9 di Daniele, ovvero tra la profezia dei 2300 giorni e quella delle 70 settimane d’anni, e quindi del loro comune inizio dal decreto di ricostruzione di Gerusalemme emanato da Artaserse. Miller non aveva scoperto nulla di nuovo e il suo insegnamento riprendeva le intuizioni di teologi autorevoli.

Egli era figlio del suo tempo e della sua terra, dicevamo. Fu un protagonista e al contempo il prodotto di un entusiasmo apocalittico che scosse la Gran Bretagna e, al di là dell’oceano, la Nuova Inghilterra nella prima metà del XIX secolo. La Guerra Civile americana, la Rivoluzione Francese e i grandi risvegli che avevano investito l’America avevano acceso un forte interesse per l’indagine apocalittica. Si era appena adempiuta la profezia dei 1260 giorni/anni del capitolo 7 di Daniele, quella che determinava la lunghezza del potere temporale della Chiesa estesosi dal 538 (quando cessò il dominio dei Goti ariani in Italia) al 1798, quando per ordine del Direttorio papa Pio VI fu condotto prigioniero in Francia. Un fatto altamente simbolico poiché con la Francia rivoluzionaria si diffondeva in Europa il principio di separazione tra Chiesa e Stato. Quest’evento segnava un vero spartiacque tra il tempo delle coscienze coartate e quello della libera indagine sul testo biblico, compresi i libri profetici, a cominciare dal libro di Daniele, quando “molti lo consulteranno e la loro conoscenza crescerà” (Dn 12:4). E infatti, come per miracolo, molte persone in quei giorni furono attratte dallo studio delle profezie; e confortate dalla correttezza del principio giorno/anno, appena dimostrata dalla realizzazione della profezia dei 1260 giorni di Daniele 7, applicarono tale principio pure a Daniele 8, ovvero alla profezia dei 2300 giorni, e vi fu una forte convergenza sul tempo e sulla natura dell’evento finale da essa indicato. La maggior parte, infatti, vi vedeva il secondo avvento di Cristo e lo collocava all’incirca a metà del XIX secolo. Sebbene quell’evento non si verificasse ancora per quel tempo previsto, o forse più correttamente non fosse quello l’evento da attendere allora, il fatto che lo si proclamasse e che fosse imposto con forza all’attenzione dell’opinione pubblica non può essere considerato una circostanza fortuita. Qualcuno ha fatto notare che quando la Chiesa trascura una dottrina fondamentale, questa suole riproporsi a tempo debito all’attenzione della Chiesa con impeto irresistibile. Avvenne così nel XVI secolo con la dottrina della giustificazione per fede, e altrettanto avvenne nel XIX secolo con la trascuratissima dottrina del ritorno di Cristo.

Miller si pose alla guida di questo zelo escatologico, in ciò aiutato dal clima che si respirava nel suo contesto territoriale di riferimento che era la Nuova Inghilterra e la parte settentrionale dello Stato di New York. Clima alimentato non solo dalle notizie di guerre e di rivoluzioni, cioè dai paurosi eventi di carattere sociale scatenatisi in quegli anni, ma anche dagli straordinari eventi nel mondo fisico associati dalla profezia biblica al “grande giorno della resa dei conti”, per usare un’espressione di Miller. Ci riferiamo allo spaventoso terremoto di Lisbona del 1755, al giorno oscuro e alla luna sanguigna del 1780, e alla stupefacente pioggia meteorica del 1833, a due anni dall’inizio del suo ministero pubblico. “Ci fu allora un forte terremoto. Il sole diventò scuro, come panno da lutto, e la luna diventò color sangue. Le stelle del cielo caddero sulla terra…” (Apocalisse 6:12,13,17). Soprattutto quest’ultimo fenomeno catalizzò l’attenzione sulla predicazione di Miller, percepita come autorevole e in grado di accendere l’immaginazione delle assemblee. In tale contesto possiamo vedere il maggiore contributo consapevole di quest’uomo di fede: nella sua azione volta a indirizzare le menti e i cuori dei suoi concittadini verso il miglior bagaglio della dottrina protestante classica. Qui sta la sua grandezza e, se vogliamo, anche il suo limite.
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Qualcuno ha paragonato l’opera di questo servitore di Dio a quella di Giovanni Battista: l’ultimo profeta del vecchio ordine che ha preparato la strada al nuovo patto. Miller non fu un profeta, se non nel senso molto lato di portavoce della Parola. Eppure ha senso attribuirgli il ruolo di traghettatore, sia pure inconsapevole, tra due modi diversi d’intendere la religione: quello settario che difende ciecamente e ad oltranza il bagaglio ereditato dai padri, e quello “ecumenico” del confronto con altre culture cristiane, di una continua ricerca di quella verità che pur trasmessa una volta per tutte alla Chiesa apostolica (cf. Gd 3) non sempre è stata subito capita e spesso con i secoli ha subito alterazioni. William Miller fu animato da un profondo spirito ecumenico ed ebbe in odio il settarismo, al punto di desiderare intensamente che l’evangelo potesse stagliarsi libero da ogni laccio settario. Questo spirito interconfessionale passò così bene al suo movimento che in parte ne provocò il dissolvimento poiché molti suoi seguaci, riluttanti a costituirsi in una nuova chiesa, preferirono riconfluire nelle loro chiese d’origine. Altri ancora, invece, di questo spirito ecumenico colsero l’opportunità del confronto e del reciproco arricchimento. Questo secondo atteggiamento, indotto da Miller ma che egli non fu in grado di seguire sino in fondo, finì per costituire la vera forza del movimento da lui fondato; ed anche l’indispensabile premessa in vista del ritorno di Cristo. Quella protestante infatti fu una riforma parziale, che non era stata in grado di liberarsi di alcuni gravi errori dottrinali perché allora non percepiti o per compromesso con il potere civile che allora la sosteneva. Fu un vero e proprio limite strutturale dovuto ad una diversa impostazione metodologica ben percepibile, ad esempio, dal confronto dialettico intercorso tra Lutero e il suo professore Carlostadio. Lutero sosteneva che era utile conservare del cattolicesimo tutto ciò che non fosse esplicitamente vietato dalla Bibbia, la posizione di Carlostadio era invece quella di rigettare del cattolicesimo ogni aspetto che non trovasse l’esplicito sostegno dell’insegnamento biblico. Quest’ultima posizione, benché radicale, era però l’unica coerente con la pretesa del protestantesimo di attenersi nelle sue dottrine alla Sola Scriptura. Di conseguenza, mancando questo rigido vaglio, restarono nel protestantesimo, che si pretendeva riformato, non pochi errori dottrinali che si erano accumulati nel cristianesimo con il trascorrere dei secoli prevalentemente assimilati dai culti pagani. Errori quali lo stato cosciente dei morti, e la loro immediata retribuzione, che hanno aperto la strada al culto dei morti e agli inganni dello spiritismo. La credenza in queste dottrine sarà particolarmente pericolosa in prossimità del ritorno di Cristo quando è detto che Satana preparerà terribili inganni che sedurrebbero “se fosse possibile anche gli eletti” (Mc 13:22). Ecco perché è importante che la Chiesa presente agli eventi immediatamente precedenti al ritorno di Cristo, in quel momento più che mai, sia pienamente tornata in possesso degli insegnamenti originali della Parola di Dio. William Miller non colse l’importanza e la necessità di questo processo, però involontariamente ne gettò le basi, e in ciò bisogna scorgere la mano della Provvidenza che si avvalse anche in ciò dell’opera di questo cristiano sincero.

Per approfondire: William Miller e l'attesa del Secondo Avvento

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sabato 28 febbraio 2009

L'Angelo di Bull Run

Che vi sia una relazione particolarmente stretta e privilegiata tra le guerre e l’attività dei demoni è un fatto intuitivo, diremmo assiomatico. Infatti la guerra è il contesto più pertinente per scatenare gl’istinti più brutali delle persone, per causare molta sofferenza, per distruggere molte vite umane e per precludere a tanti l’accesso all’eterna felicità. Satana odia gli uomini e li disprezza, perché pur possedendo una natura a lui inferiore sono chiamati a quella vita gloriosa da lui irrimediabilmente perduta. Soprattutto egli odia Dio che lo ha smascherato e gli ha impedito di realizzare il suo folle e tirannico progetto di dominio sull’universo. Ogni sofferenza che egli infligge, ed ogni vita che distrugge, è soprattutto un dolore che arreca a Dio, e ciò gli procura una gioia infernale. Non è un sentimento incomprensibile, il suo. Durante le varie pulizie etniche degli anni novanta nella ex Yugoslavia, capitava di leggere sui muri delle case distrutte, tra i cadaveri dei civili assassinati: “Viva la Guerra!”. Per i malvagi la guerra non è una triste incombenza ma un piacere liberatorio.

Il fatto che Satana sia il principale autore delle guerre non fa, tuttavia, di Dio un testimone passivo. Al contrario, proprio per le pesanti conseguenze che esse comportano, Egli vigila e interviene attivamente. Nel racconto biblico, ove si solleva il velo dell’azione soprannaturale, quest’intervento viene spesso mostrato. Anzitutto esso si concretizza nell’impedire che alla guerra si giunga. Al capitolo 7 di Apocalisse si parla espressamente di angeli che trattengono i venti di guerra, nella fattispecie per consentire la messa in salvo spirituale di tutti coloro che si schierano dalla parte del bene. Dio protegge i popoli dalla calamità della guerra finché non hanno colmato la misura della loro ribellione. D’altra parte, quando tale misura è superata, Egli può decidere che proprio la guerra sia la modalità per castigare o persino per distruggere una nazione. Avvenne così con le genti di Canaan, tecnologicamente avanzate per quel tempo, ma moralmente corrotte, al punto di praticare il sacrificio umano dei propri figli (cf 2Re 3:27). Strumento di questo castigo può essere un popolo fedele (come nel caso d’Israele), ma può essere un altro popolo infedele, così come fu dell’Assiria: “Dice il Signore: «L'Assiria! Per me è un bastone per punire, una verga per castigare. Mando l'Assiria contro una nazione empia, che ha suscitato la mia collera. La mando a saccheggiare, a depredare e a calpestare questo popolo, come il fango della strada». Ma gli Assiri hanno in mente altri piani di guerra. Sono decisi a distruggere una nazione dopo l'altra. Essi si vantano e dicono: «Ogni nostro comandante vale quanto un re! Abbiamo conquistato le città di Calne e di Carchemis. La città di Camat è stata presa e così pure Arpad, Samaria e Damasco. Abbiamo annientato questi regni che fanno più idoli di Gerusalemme e di Samaria. Come abbiamo distrutto Samaria e tutti i suoi idoli, faremo lo stesso a Gerusalemme e a tutte le statue adorate dai suoi abitanti». Ma dice il Signore: «Quando avrò finito con il monte Sion e con Gerusalemme, punirò anche il re di Assiria per il suo orgoglio e la sua presunzione». Infatti il re di Assiria si vanta dicendo: «Ho fatto tutto questo da solo. Sono forte, saggio e intelligente. Ho spostato i confini delle nazioni e ho saccheggiato i loro tesori. Con la mia potenza ho abbattuto quei popoli” (Is 10:5-13). L’Assiria pensava d’agire per proprio merito e forza, quando invece era solo uno strumento (cf v. 15), e alla fine dovette a sua volta rispondere per i crimini commessi.

La pace è un dono celeste. Quando una nazione si corrompe e lo Spirito di Dio si ritira da essa, la guerra in quanto antitesi della pace, portata da altri uomini e incitata dai demoni, è spesso l’inevitabile conseguenza del degrado morale in cui quella nazione è precipitata. Comunque Dio non dà in appalto le guerre. Egli consente e controlla direttamente l’intero processo. Dal suo giudizio, come giustamente osservava Agostino, dipende sia la durata che l’esito dei conflitti. Se lo ritiene opportuno, interviene direttamente per produrre il risultato da lui voluto. Il racconto biblico si riferisce spesso a questi interventi soprannaturali, anche scendendo nei dettagli. Possiamo portare diversi esempi, cominciando proprio dall’Assiria che aveva finito per attribuire i suoi successi ai propri meriti. Sennacherib aveva fatto prendere d’assedio Gerusalemme e cominciò a terrorizzare i suoi abitanti con parole che la dicevano lunga sulla sua presunzione: «Ascoltate il messaggio del gran re, il re d'Assiria: Attenti a non lasciarvi ingannare da Ezechia. Egli non è in grado di liberarvi dal mio assalto! E non lasciatevi convincere da lui a confidare nel Signore. Egli vi dirà che il Signore vi salverà e che questa città non cadrà nelle mani del re d'Assiria, ma voi non dategli retta. Ascoltate invece le parole del re d'Assiria: Arrendetevi al mio successo; così ognuno potrà mangiare la sua uva e i suoi fichi e bere l'acqua del suo pozzo, fino a quando non verrò a prendervi per portarvi in una terra simile alla vostra, una terra che produce frumento e mosto, che ha pane e vigne. Non date ascolto a Ezechia; egli vi inganna, dicendovi che il Signore vi libererà. Gli dèi degli altri popoli hanno forse liberato i loro territori dalla mano del re d'Assiria? Dove sono gli dèi di Camat e di Arpad? E quelli di Sefarvaim? Hanno forse liberato Samaria dalla mia mano? Nessun dio di nessuna nazione ha mai liberato il suo territorio dalla mia mano! Perché il Signore dovrebbe salvare Gerusalemme?» (Is 36:13-20). Re Ezechia, con lo spirito di chi è attaccato e deriso dall’esercito più potente della terra, chiese aiuto in preghiera al suo Dio e tramite il profeta Isaia ricevette una risposta rassicurante. Infatti “quella stessa notte un angelo del Signore fece morire centottantacinquemila uomini dell’esercito assiro. Al mattino quando gli altri si alzarono, non videro altro che cadaveri” (37:36). D’improvviso Sennacherib perse la boria, la sicurezza e il rispetto della sua gente. Se ne tornò a Ninive come un cane bastonato e qui fu ucciso dai suoi stessi figli. La corruzione di Gerusalemme non aveva ancora raggiunto il culmine e Dio, ascoltando la supplica del suo popolo, salvò la città con un intervento prodigioso. Qualcosa di analogo accadde sotto il regno di Giosafat; Ammoniti, Moabiti ed Edomiti si erano coalizzati e stavano marciando contro Giuda con un grandissimo esercito. Allora Giosafat radunò gli abitanti di Giuda davanti al tempio e pregò il Signore perché intervenisse in aiuto del suo popolo. Mentre l’assemblea era riunita, lo Spirito del Signore scese su Iacaziel, un levita del gruppo di Asaf, che cominciò a parlare: “Voi tutti, abitanti di Gerusalemme e di Giuda, e tu, re Giosafat, ascoltate quel che dice il Signore: Non temete e non perdetevi di coraggio di fronte a questo immenso esercito: non sarete voi a combattere, ma Dio stesso” (2Cro 20:15). L’indomani l’esercito di Giuda andò incontro ai nemici. Quando i cantori intonarono l’inno “Lodate il Signore perché eterno è il suo amore”, accadde qualcosa di straordinario. “Il Signore sconvolse di sorpresa Ammoniti, Moabiti ed Edomiti che stavano marciando contro l'esercito di Giuda. Cominciarono a combattersi tra di loro. Ammoniti e Moabiti si lanciarono contro gli Edomiti fino ad ucciderli e sterminarli tutti; quando gli Edomiti furono finiti, gli altri si misero a massacrarsi tra di loro. Intanto gli uomini del regno di Giuda erano giunti sulla collina dalla quale si poteva vedere il deserto. Essi guardavano dove si trovava l'esercito nemico e non videro altro che cadaveri stesi a terra: non c'era nessun superstite” (vv. 22-24). Quest’avvenimento richiama in qualche modo l’impresa di Gedeone contro l’esercito di Madian. Quando in trecento si limitarono a suonare le trombe: allora “i Madianiti si misero a correre da una parte e dall'altra, urlavano di paura e cercavano di fuggire… il Signore gettò nel panico tutto l'accampamento, e i Madianiti si colpirono l'un l'altro con la spada. Infine, tutto l'esercito prese la fuga” (Gd 7:21,22). Quello di gettare nel panico l’esercito nemico e indurlo alla fuga è una prassi ricorrente dell’intervento soprannaturale per condizionare l’esito della battaglia e della stessa guerra. Così avvenne ad esempio quando Ben-Adad, re di Aram, pose Samaria sotto assedio. La situazione s’era fatta critica per la mancanza di cibo, ma il profeta Eliseo annunziò la liberazione della città per il giorno seguente. E così avvenne, per intervento soprannaturale. “Era successo che, per tutto l'accampamento arameo, il Signore aveva fatto sentire un rumore simile all'avvicinamento di un grande esercito con carri e cavalli. Gli Aramei avevano pensato: «Il re d'Israele ha pagato il re degli Ittiti e quello degli Egiziani perché ci attacchino». Perciò, verso sera, si erano dati alla fuga, lasciando l'accampamento come si trovava; avevano abbandonato tende, cavalli e armi. Pur di salvare la vita, erano scappati” (2Re 7:6,7). Gli uomini avvezzi alle cose di Dio sapevano bene che quanto grande potesse essere un esercito nemico, ce n’era uno ancor più grande invisibile agli occhi umani. Fu la lezione che Eliseo diede al suo servo quando il re di Aram fece circondare Dotan, la città del profeta, “con un forte gruppo di soldati, con carri e cavalli. Arrivarono di notte e accerchiarono la città. La mattina il servo del profeta Eliseo si alzò uscì, vide soldati, carri e cavalli che circondavano la città e gridò a Eliseo: - È spaventoso, maestro! Che cosa possiamo fare? - Non aver paura, - gli rispose Eliseo, - i nostri difensori sono più numerosi dei loro! Poi si mise a pregare: «Signore, apri gli occhi a quest'uomo, fa' che possa vedere». Il Signore aprì gli occhi al servo, e lui fu in grado di vedere: le montagne erano piene di carri e cavalli di fuoco, tutt'intorno a Eliseo” (2Re 6:14-17).

Quando il Canone biblico fu chiuso, cessò pure la principale fonte d’informazione sull’azione soprannaturale di Dio riguardo agli eventi della storia umana, guerre comprese. Tant’è che oggi ci viene difficile immaginare l’intervento diretto di Dio nelle guerre contemporanee. Eppure, chiediamoci: perché le sue modalità d’intervento dovrebbero essere cambiate rispetto al passato? Ciò che assai più probabilmente ci manca è la possibilità di sbirciare sull’azione soprannaturale che tuttavia continua ad esserci. In realtà non è neppure vero che ci è preclusa la possibilità di sollevare il velo sull’azione soprannaturale. Ogni figlio di Dio che si rivolge a lui in preghiera per ricevere aiuto è testimone di meravigliose liberazioni che non sono ragionevolmente spiegabili se non con l’azione soprannaturale. È anche vero che Dio di norma agisce con molta discrezione, e quindi il riconoscimento di questi interventi finisce per circoscriversi alla valutazione soggettiva dell’interessato e, al più, del suo stretto entourage. Ma talvolta l’azione soprannaturale su uno specifico evento può essere aperta a verifiche più oggettive, e ciò accade in periodi particolari quando il muro che nasconde l’azione extraumana sembra farsi più sottile. Un evento non lontano che si presta a quest’analisi “oggettiva” è la guerra civile americana, il primo grande conflitto combattuto con strumenti e strategie moderne. E ciò è possibile perché quello fu un periodo storico di grande risveglio spirituale, che ebbe luogo soprattutto negli Stati Uniti, che portò alla nascita di alcuni importanti movimenti religiosi, inizialmente all’interno delle chiese storiche, e che fu accompagnato da una serie di fenomeni soprannaturali sia di tipo medianico, sia, come molti sono convinti, di origine divina.


La battaglia di Bull Run

La presa di Fort Sumter, postazione governativa situata nella Carolina del Sud, offrì a Lincoln il casus belli per giustificare la riconquista armata degli stati secessionisti. Dapprima le operazioni militari si limitarono a sporadici ingaggi con il nemico e a brevi scaramucce. Andò avanti così per circa tre mesi finché fu chiesto al generale McDowell di procedere alla conquista Richmond, capitale della Virginia e della Confederazione sudista, che distava da Washington appena 150 km. Era infatti convinzione di tutti che la superiorità dell’Unione fosse così schiacciante da consentire al suo esercito d’aver rapidamente ragione dei “ribelli”, cioè delle truppe confederate, e di poter quindi farla finita con la vicenda della secessione. La strada che collega le due capitali attraversa una serie di corsi d’acqua, tra i quali il Bull Run nei cui pressi ebbe luogo la prima vera battaglia combattuta dai due eserciti.

Perché lo scontro si ebbe nei pressi di questo corso d'acqua? Perché esso era stato scelto come linea difensiva dal generale sudista Beauregard, comandante dell’armata del Potomac. A ragion veduta. Il Bull Run infatti pur essendo un torrente di modeste dimensioni era difficile da superare se non attraverso l’unico ponte (lo Stone Bridge) e pochi guadi. Inoltre due chilometri più a sud correva la ferrovia del passo di Manassas che portava alla valle dello Shenandoah dov’era dislocata un’altra armata sudista, quella del generale Johnston. Il suo possesso consentiva all’occorrenza di spostare truppe rapidamente da un settore all’altro.

Il piano di McDowell prevedeva l’invio di due divisioni per simulare la sua avanzata attraverso il guado di Blackburn (sul lato destro dello schieramento confederato) e lo Stone Bridge, mentre il grosso delle truppe unioniste avrebbe guadato il Bull Run ben oltre il fianco sinistro dello schieramento avversario con il risultato di coglierlo di sorpresa sul tergo e di tagliarne le comunicazioni, sia con l’armata di Johnston posizionata nella valle dello Shenandoah sia con la capitale sudista Richmond. Al contempo una forza di poco inferiore comandata dal generale Patterson avrebbe tenuto a bada Johnston impedendogli di venire in soccorso di Beauregard.

Il piano era ben congegnato e infatti colse alla sprovvista l’esercito sudista in gran parte concentrato a sud-est. L’estrema ala sinistra confederata era affidata all’esile brigata del colonnello Evans costituita soltanto da un reggimento e un battaglione di fanteria posti a sorvegliare il ponte di pietra. Nella notte del 21 luglio 1861 McDowell diede ordine alle divisioni del generale Hunter e del colonnello Heintzelman di mettersi in marcia verso il guado di Sundley Springs mentre la divisione del generale Tyler si portava davanti al ponte di pietra per distrarre Evans e distoglierlo dall’accerchiamento in atto. Tuttavia l’inganno durò poco perché le divisioni di Hunter e Heintzelman giunsero più tardi del previsto al guado di Sundley, quando ormai era giorno, e il loro movimento non era più coperto dalle tenebre. Pertanto, accortosi della manovra aggirante, Evans lasciò alcune centinaia di uomini a difesa del ponte, posizionò il grosso della sua milizia su una piccola altura chiamata Matthew Hill e aprì il fuoco sulle truppe del generale Hunter che si trovavano in testa alla colonna unionista e che nel frattempo avevano attraversato il fiume. Gli yankees erano tanti ma anche provati dalla lunga marcia notturna, e ciò bastò ai pochi uomini di Evans, peraltro ben posizionati, a rallentarne per un po’ l’avanzata.

Verso le 10 del mattino giunsero a dare manforte al coraggioso ed abile Evans le brigate dei generali Bee e Bartow, 5000 uomini freschi che sul momento vennero anch’essi schierati sulla Mattew Hill. Poi, per contrastare la pressione sempre più incontenibile dell’esercito unionista e per dar tempo alle forze confederate di riorganizzarsi, Evans, Bee e Bartow decisero il contrattacco, lanciando le proprie truppe giù dalla collina e affrontando il nemico in campo aperto. Tuttavia, nonostante il coraggio mostrato nel furioso combattimento che seguì, essi dovettero ritirarsi nuovamente sulla Mattew Hill per la sproporzione numerica esistente tra loro e lo schieramento nordista.

A questo punto McDowell ordinò alla divisione di Heintzelman, non ancora intervenuta in battaglia, di attaccare quel che restava delle truppe di Evans, Bee e Bartow. Al contempo ordinò a Tyler, fermo al di là del ponte di pietra, di darsi da fare per attraversare il Bull Run e unirsi al resto delle forze unioniste; e questi prontamente inviò tre brigate agli ordini dei colonnelli Sherman, Keyes e Schenck che passarono il fiume attraverso un guado minore non protetto.

La situazione si faceva sempre più insostenibile per i confederati che, incalzati dalla fanteria di Heintzelman e accortisi dell’arrivo della colonna di Tyler, decisero di ritirarsi per non rimanere stretti tra due fuochi. Così essi abbandonarono precipitosamente la loro postazione e se la loro fuga non si trasformò in rotta fu solo perché gli unionisti preferirono riorganizzarsi sul campo anziché lanciarsi al loro inseguimento. Tra i soldati di McDowell andava diffondendosi la convinzione di avere in mano la battaglia, e lo stesso comandante federale ormai cavalcava fra la sue truppe agitando il cappello e inneggiando alla vittoria.

Intanto gli uomini di Evans, Bee e Bartow si erano ricomposti e nuovamente schierati sulla sommità di un’altra collina: la Henry Hill. Ciò che McDowell non sapeva è che il generale Johnston, all’insaputa del generale Patterson, era riuscito qualche giorno prima a spostare via ferrovia gran parte della propria divisione dalla valle dello Shenandoah a Manassas, su richiesta di Beauregard. Così, sebbene i sudisti fossero presi alla sprovvista dalla manovra di McDowell, le forze a disposizione di Beauregard erano numericamente solo di poco inferiori a quelle dei nordisti. Quando il colonnello Evans diede l’allarme quel mattino del 21 luglio e chiese rinforzi, Beauregard pensò ad un diversivo e non inviò subito il grosso delle truppe. Solo quando fu chiaro che lì si stava combattendo la vera battaglia, cominciarono ad affluire i reparti migliori dei confederati. Tra questi spiccò la brigata del generale Thomas Jackson che faceva parte della divisione di Johnston. Benché numericamente poco rilevante (2000 uomini) si schierò saldamente in cima alla Henry Hill consentendo ai nuovi reparti che affluivano di prendere posizione. La sua fermezza e solidità fece guadagnare ad essa e al suo comandante il soprannome di “Stonewall” (muro di pietra). Ciò che si conosce poco è che l’inamovibilità di Jackson fu resa possibile grazie ad un aiutino di cui diremo tra poco.

La cronaca del conflitto registra una serie di attacchi e contrattacchi per la conquista della collina di Henry Hill che si protrasse fin oltre le 4 del pomeriggio. Era chiaro che dall’esito di questo combattimento sarebbe uscito il vincitore della battaglia. Man mano che i nordisti aumentavano i loro sforzi rinnovando gli attacchi, i sudisti richiamavano tutte le brigate disponibili per ridurre lo svantaggio numerico e per dare il cambio alle truppe che combattevano dalla mattina. L’esito del conflitto sembrò finalmente volgere a favore dei confederati con l’arrivo delle brigate dei colonnelli Elzerly ed Early, quest’ultima sostenuta dalla cavalleria del colonnello Stuart, che attaccarono i nordisti sul fianco destro. Il contrattacco confederato avrebbe fiaccato definitivamente la resistenza dei federali fino a causarne il ritiro veloce e disordinato dal campo di battaglia; così almeno recita la versione più diffusa. Early e Stuart si posero all’inseguimento dei fuggitivi. Il colonnello William Blackford, che allora era tenente nello squadrone di Stuart, ricorda così nelle sue memorie quella fuga concitata: “Essi [i nordisti] si tuffarono nel Bull Run senza attenzione a guadi o ponti, e in molti annegarono. Moschetti, cartucciere, cinture, zaini, bisacce e coperte furono gettati via nella loro folle corsa, perché nulla potesse ostacolarne la fuga” (W.W. Blackford, War Years with Jeb Stuart, Scribner & Sons, p. 34). Alla vista dei nordisti in rotta i molti abitanti di Washington, che avevano fatto picnic sulle colline per assistere alla battaglia, rimontarono sui loro calessi e si riversarono caoticamente sulla strada del ritorno rallentando ulteriormente la ritirata dei loro soldati in fuga e inseguiti dal nemico. Davvero una disfatta completa e umiliante per chi pensava che “un gruppetto di donne armate di manico di scopa sono sufficienti per andare a sconfiggerne la ribellione” (New York Tribune, gennaio 1861).


Una disfatta incongruente

Si è scritto molto sulle cause di questa inattesa sconfitta dell’armata di McDowell. Si è fatto notare che i suoi ragazzi erano in buona parte volontari inesperti, affaticati dalla lunga marcia, provati da una giornata di combattimenti, prostrati dal caldo estivo e per la sete. Si è detto che gli ufficiali non avevano esperienza di gestione di un grande esercito, in movimento e sul campo. Che le guerre finora combattute erano quelle contro gli indiani e i messicani. Tutto questo è vero, ma valeva in qualche modo anche per l’esercito sudista, sebbene l’Unione l’avesse molto sottovalutato. Beauregard commise gravi errori nell’analisi della situazione e intervenne seriamente con molto ritardo. Verso la fine della battaglia, sebbene le due formazioni più o meno si equivalessero, non impiegò mai più di 17000 uomini in combattimento. E al momento del ritiro degli unionisti le truppe sudiste erano cosi provate dall’azione che, con l’eccezione d’una brigata, non poterono impegnarsi nell’inseguimento.

Al contempo, però, questi stessi analisti, almeno quelli più documentati, riconoscono un elemento misterioso in questa battaglia che mal si concilia con il resto dell’analisi. Tale elemento è costituito dal “panico che si è impadronito dell’esercito dell’Unione al momento decisivo, per motivi ancora oscuri”, come scrisse Karl Marx in uno dei suoi famosi articoli sulla guerra civile. Se i motivi sono oscuri vuol dire che quelli proposti tradizionalmente male s’accordano con il racconto dei testimoni oculari. S’è dato il merito della disfatta nordista all’esigua brigata del generale “Stonewall” Jackson perché “tenne duro”. Ma la spiegazione non regge perché essa ebbe una funzione prevalentemente difensiva, e una buona difesa può tutt’al più causare frustrazione nel nemico, non panico. Ma a quanto pare frustrati erano pure gli stessi confederati che con il passare del tempo – per dirla con le parole dello storico Ralph H. Gabriel – “dettero segno d’incipiente demoralizzazione”. Certo, l’arrivo delle brigate di Elzerly ed Early, con l’appoggio della cavalleria di Stuart, dovette complicare la situazione delle truppe federali che però conservavano la superiorità numerica: schieravano pur sempre tre divisioni sul campo. E d’altra parte ci sono le prove che non fu l’arrivo di queste ultime brigate a produrre lo scompiglio tra le linee unioniste. Il fenomeno si produsse all’improvviso senza cause apparenti e sorprese anche i confederati che non capirono cosa stesse accadendo nello schieramento avversario. Un’importante testimonianza si trova nelle memorie del colonnello Blackford a cui abbiamo già attinto pocanzi. Egli faceva parte del reggimento sudista di cavalleria che stava attaccando le truppe unioniste sul finire della battaglia. Se le cose fossero andate secondo la spiegazione tradizionale, egli avrebbe dovuto giustamente vantarsi del fatto che l’azione del suo reparto avesse gettato nel panico e messo in rotta i nemici. Invece egli racconta tutt’altra cosa, ascoltiamolo.

“Erano circa le quattro e la battaglia andava avanti con furia rabbiosa. Le linee dei blue [blu scuro era il colore prevalente delle uniformi nordiste, grigio chiaro quello dei sudisti] non mostravano cedimento e la potenza di fuoco da esse prodotto era più violenta che mai, finché repentinamente cominciarono ad avvicinarsi alla solida barriera rappresentata dai grigi che li fronteggiavano, proprio quella che in mattinata era valsa a Jackson il soprannome di Stonewall [muro di pietra]. Fu allora che ebbe luogo la scena più sorprendente di cui sono mai stato testimone. Stavo osservando le numerose linee [dei nordisti] perfettamente inquadrate mentre avanzavano in attacco, qualcosa come quindici o ventimila uomini bene in vista, e per qualche motivo m’ero voltato un momento da un’altra parte, quando qualcuno puntando al campo di battaglia gridò: “Guardate! Guardate!”. Guardai, e che cambiamento era avvenuto in un istante! Quelle linee ben disposte e ordinate, con spazi ben definiti tra loro, che risolutamente si portavano in avanti, [improvvisamente cominciarono a sbandare] e ci fu una confusione tale che quegli uomini, simili a uno sciame di api, si sparpagliarono in tutto il campo correndo verso le retrovie tanto velocemente quanto lo permettevano le gambe, rinunciando all'ordine e all'organizzazione. In un momento l'intera valle pullulò di un numero tale di uomini da non potere neppure essere afferrato con lo sguardo” (W.W. Blackford, op cit., p. 34).

Qui Blackford afferma con chiarezza che lo schieramento nordista era tutt’altro che sulla difensiva al momento della débâcle. Al contrario stava conducendo un’offensiva potente, sicura e irresistibile come mai prima, e che si stava avvicinando minacciosamente alla linea difensiva dei confederati. Finché, senza alcuna apparente ragione, in un attimo si produsse tra gli yankees una confusione e uno scompiglio tale da provocarne la fuga scomposta e precipitosa. Dal racconto di Blackford si evince chiaramente che questo repentino cambiamento della situazione in campo non fu determinato dall’azione dei confederati che in quel momento subivano l’offensiva. E allora da chi o da cosa fu determinato questo capovolgimento della situazione sul campo di battaglia? La risposta ci giunge da una fonte del tutto inattesa.


Un’incredibile rivelazione

Dobbiamo tener conto, come dicevamo all’inizio, che la guerra di secessione si svolse durante gli anni del Secondo Grande Risveglio, turbinoso movimento revivalista che induceva centinaia di migliaia di persone a meditare sul messaggio del Vangelo e a riformare le proprie vite. Movimento già prodigioso per la vastità e l’intensità della sua diffusione nel mondo cristiano, dalla Russia al continente americano e all’Oceania. Accompagnato inoltre da diverse manifestazioni d’evidente origine soprannaturale quando si rendeva necessario superare ostacoli insormontabili alla predicazione (come fu il caso delle centinaia di bambini predicatori nei paesi scandinavi) o quando fu necessario aiutare a formarsi e maturare il movimento dell’avvento negli Stati Uniti. Qui la figura di spicco è quella di Ellen. G. White che nella sua lunga vita ricevette oltre 2000 messaggi per l’edificazione del popolo che aspetta il ritorno di Gesù. Tra l’altro ella ricevette alcuni messaggi riferiti esplicitamente alla guerra civile americana.

Il primo di tali messaggi le fu dato in visione il 12 gennaio 1861 quando ancora solo quattro stati del sud avevano proclamato la secessione, non si erano ancora costituiti in confederazione, Abramo Lincoln non si era ancora insediato, mancavano ancora tre mesi all’attacco di Fort Sumter e quando tutti nell’Unione erano convinti che mai ci sarebbe stata la guerra civile e che comunque, se proprio i sudisti fossero stati così sconsiderati da provocarla, essa si sarebbe risolta in una rapida passeggiata a favore dei nordisti. Questo secondo convincimento durò, come abbiamo visto, fino alla battaglia di Bull Run quando molti abitanti di Washington, vestiti con l’abito della domenica, andarono a fare picnic sulle colline attorno al teatro della battaglia per assistere alla sonora batosta che i loro ragazzi avrebbero dovuto infliggere ai ribelli sudisti. Tre mesi prima dell’aggressione a Fort Sumter e sei mesi prima della battaglia di Bull Run, Ellen White vide chiaramente che, contrariamente al comune convincimento, la guerra ci sarebbe stata e sarebbe stata lunga e sanguinosa. Per chi volesse approfondire il contenuto e il contesto di questa rivelazione pienamente realizzatasi si rinvia al mio studio “Ellen G. White, una voce per il nostro tempo”, pubblicato su Quaderni Escatologici, al paragrafo “Annuncio di imminenti calamità”. Il medesimo studio è un’utile introduzione alla biografia di questa donna che ha vissuto un’esperienza del tutto singolare.

A circa 8 mesi dalla prima rivelazione sulla guerra civile, Ellen White ne ebbe una seconda. Era il 3 agosto 1861. Pochi giorni prima l’Unione aveva incassato la severa e inattesa batosta a Bull Run e quel giorno era stato consacrato dalla nazione alla “umiliazione, alla preghiera e al digiuno”. E proprio quel giorno il Signore fece conoscere ad Ellen come la pensava in proposito. Le fu rivelato che il nodo del problema stava nell’istituto e nella pratica dello schiavismo, che Egli considerava un peccato e che era in netto contrasto con gli insegnamenti di Cristo. Dio si serviva della guerra civile per punire entrambi i contendenti: il Sud per averlo praticato, e il Nord per averlo tollerato. Coloro che continuavano a sperare in una guerra breve, sarebbero stati delusi. Quel giorno consacrato dalla nazione alla preghiera e al digiuno per implorare la sua benevolenza era da lui considerato un insulto alla sua Persona finché l’Unione non si fosse data come obiettivo prioritario l’eliminazione di questa infamia. Perché Egli intende per vero digiuno “rimuovere ogni peso che opprime gli uomini, rendere la libertà agli oppressi e spezzare ogni legame che li schiaccia” (Is 58:6).

Nel corso di questa rivelazione furono pure svelate ad Ellen alcune sorprendenti informazioni relative a questa prima battaglia di Bull Run (conosciuta pure come prima battaglia di Manassas, dal centro abitato più vicino al teatro dello scontro). Ad Ellen fu mostrato lo svolgersi della battaglia insieme a qualche particolare che di norma agli uomini non è dato vedere. Ascoltiamo le sue parole.

“Potei osservare la recente, disastrosa battaglia di Manassas, in Virginia. Fu una scena veramente toccante, straziante, anche raccapricciante. L’esercito sudista era tutt’altro che sfavorito e impreparato, anche alla lotta più cruenta. Ma l’esercito nordista avanzava con aria trionfante, non nutrendo alcun dubbio sulla propria vittoria. Molti erano sprezzanti, e marciavano in testa con la supponenza di chi si crede già vincitore. Anche se, man mano che s’avvicinavano al campo di battaglia, in tanti portavano evidenti i segni della fatica e sentivano il bisogno di riposare. Essi mai immaginavano di dover sostenere un combattimento così violento, tuttavia si gettarono nella mischia e combatterono con coraggio e accanimento. Dappertutto si vedevano soldati morti o agonizzanti. Sia il Nord che il Sud subirono perdite rilevanti, ma i sudisti erano in maggiore difficoltà e da lì a poco sarebbero stati costretti ad un’ulteriore ritirata. I nordisti erano all’attacco, benché le loro perdite fossero consistenti. Proprio allora discese un angelo [dal cielo, si portò sul campo di battaglia] e agitò la sua mano all’indietro. Istantaneamente quelle schiere all’attacco precipitarono nella confusione. Ai nordisti sembrò che la loro formazione stesse indietreggiando, mentre in realtà non era affatto così, e iniziò allora per davvero una ritirata precipitosa. Quanto vidi mi lasciò stupefatta.” (Review & Herald, 27 agosto 1861, par. 9).

Ecco così svelata la causa misteriosa per cui un esercito in piena azione offensiva andò in confusione, fu preso dal panico e si disperse in modo scomposto e precipitoso. Ma c’è di più. Ad Ellen fu pure spiegata la ragione di questo intervento soprannaturale così drammatico e risoluto: “Dio aveva nelle sue mani questa nazione e non avrebbe consentito vittorie ottenute più velocemente di quanto Egli ordinasse” (ibidem). Al Nord non era permesso vincere in questa fase battaglie decisive che portassero rapidamente alla fine della guerra sia perché andava punito per avere tollerato l’istituto della schiavitù sia perché tutt’ora, nonostante le dichiarazioni di principio, non mostrava alcuna seria volontà d’impegnarsi per la sua abolizione. Il presidente Lincoln era quel signore che aveva proposto un emendamento nella Costituzione in cui si affermasse che “Il governo federale non interverrebbe mai nelle istituzioni domestiche degli Stati, includendo quella delle persone tenute al servizio”. Ancora un anno più tardi, nell’agosto del 1862, egli dichiarava esplicitamente: “Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l'Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l'Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio a riguardo della schiavitù, e della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l'Unione”. In sintesi, l’abolizione o la conferma della schiavitù erano solo una carta da giocare nella partita della riconquista degli stati secessionisti. Con tali premesse il Cielo non poteva consentire che la guerra avesse termine.

A quasi un anno dalla prima visione sulla guerra civile, il 4 gennaio 1862, Ellen White ne ebbe una terza. Le vennero rivelati diversi retroscena sui comportamenti ambigui di politici e militari unionisti nei confronti della schiavitù e della secessione e le fu ribadito che Dio non avrebbe permesso al Nord di vincere fino a quando l’unità della nazione, e non l’abolizione dello schiavismo, fosse rimasto l’obiettivo principale di Washington. Dopo molti mesi di guerra, l’Unione non era più vicina alla vittoria di quanto non lo fosse stata all’inizio. La sua ostinazione a non farsi carico d’un problema morale ormai non più eludibile le stava costando la distruzione di tutte quelle vite umane, lo sperpero di tanta ricchezza e la devastazione del territorio: un inutile spreco. Bisognerà attendere il 1863 perché entri in vigore il sia pur insincero e strumentale proclama per l’emancipazione degli schiavi, di Lincoln. Si veda a proposito il mio articolo “Padri e Retorica” su Quaderni Escatologici. Comunque, sia pure così, si assiste alla revoca del veto da parte del Cielo e il 4 luglio di quell’anno il generale Grant, convinto abolizionista, espugna Vicksburg, spezzando in due il territorio della Confederazione e assumendo il pieno controllo del fiume Mississippi. La via della vittoria è aperta.


Il ruolo dello spiritismo

Tra le informazioni rivelate ad Ellen White c’era quella che persone importanti sia nel Governo che nei ranghi alti dell’esercito, pur professando fedeltà all’Unione, sostenevano in realtà lo schiavismo al punto da auspicare una vittoria della Confederazione. Esse usavano la propria influenza o la propria autorità per rendere inefficaci le operazioni belliche contro l’esercito sudista. Alcuni alti ufficiali giungevano ad esporre deliberatamente i propri reparti al fuoco del nemico per mutare in favore di quest’ultimo le sorti delle battaglie. Altri ufficiali invece, pur essendo leali all’Unione, facevano il gioco del nemico a propria insaputa.

Infatti all’inizio del 1863 Ellen White rese nota un’ulteriore rivelazione che svelava un’altra realtà poco conosciuta: e cioè che molte imprese militari erano influenzate dallo spiritismo. Satana tramite i suoi angeli comunicava con gli alti ufficiali dell’esercito unionista tramite le sedute spiritiche che molti di questi avevano l’abitudine di tenere prima d’ogni battaglia. Pensavano di parlare con gli spiriti dei grandi generali del passato, con i padri della “guerra di rivoluzione”, o anche con i colleghi e gli amici morti in questa guerra, chiedevano loro consiglio, e invece parlavano con i demoni bugiardi e prendevano i loro consigli di morte. Satana parteggiava per la Confederazione schiavista e le sue indicazioni tendevano innanzi tutto a mettere in difficoltà le truppe unioniste, e in secondo luogo a far morire quanta più gente possibile perché di questo egli gioisce. “Satana, tramite i suoi angeli, ha comunicato con gli ufficiali … che hanno rinunciato al loro giudizio e si sono lasciati guidare da questi spiriti menzogneri in luoghi veramente difficili dove sono stati respinti, rimanendo vittime di terribili stragi. Soddisfa appieno la sua satanica maestà vedere stragi e carneficine sulla terra. Gli piace vedere i poveri soldati falciati come l'erba. Ho visto che i ribelli spesso si sono trovati in posti dove avrebbero potuto essere sottomessi senza difficoltà; ma le comunicazioni che provenivano dagli spiriti hanno guidato i generali nordisti e li hanno accecati, e i ribelli sono potuti sfuggire alla cattura” (E.G. White, Testimonies for the Church, vol.1, Pacific Press, p.366,367).

Lo spiritismo moderno nacque nel 1848 nei sobborghi di New York come dottrina e pratica a metà strada tra la negromanzia da salotto e il gioco di società, in varia misura ammantata di un’aura di religiosità, alla cui base c’era il presupposto che i vivi potessero comunicare con gli spiriti disincarnati dei defunti. Ebbe così inizio una vera moda che si diffuse oltre che nel Nuovo pure nel Vecchio mondo, soprattutto comunque nel nord degli Stati Uniti ove peraltro aveva avuto origine. Si presentarono allora ai cultori di queste pratiche entità che si spacciavano per parenti trapassati, amici, personaggi famosi dell’antichità, e fu tutto un fiorire – come ha affermato ironicamente qualcuno – di zie morte, spiriti guida e antichi fantasmi indiani. Soprattutto le chiese condizionaliste, quelle cioè che non credono nell’immortalità dell’anima bensì nel sonno dei morti in attesa della risurrezione, misero in guardia contro il pericolo rappresentato dallo spiritismo che poteva solo essere, procedendo per esclusione, una comunione pericolosa con Satana e con i suoi angeli decaduti. Ciò nonostante il fenomeno venne accolto per lo più con atteggiamento di curiosità e apertura dalle classi colte che, escludendo i sia pur diffusi episodi truffaldini praticati da falsi medium, vi riscontravano le prove empiriche dell’esistenza di una vita ultraterrena.

La guerra civile non fece altro che ampliare e rafforzare questa pratica di consultazione dei “morti”, in realtà dei demoni. Infatti molte famiglie che avevano perduto i loro cari nel conflitto si avvicinarono allo spiritismo; inoltre alcuni medium offrirono le loro prestazioni a politici e alti ufficiali per suggerire strategie militari e legislative. A questo proposito c’è da constatare una decisa contraddizione tra i consigli operativi che venivano dati ai militari, che in genere finivano per favorire l’esercito sudista, e le dichiarazioni di principio delle entità, sedicenti spiriti dei morti, che sollecitavano l’abolizione della schiavitù. Questa contraddizione può essere spiegata con il fatto che lo spiritismo era soprattutto diffuso sul territorio dell’Unione la cui opinione pubblica tifava a stragrande maggioranza per l’emancipazione degli schiavi. Per dare un’idea di quanto sentito fosse l’argomento, quando venne approvato il Compromesso del 1850 (una serie di concessioni agli stati meridionali, tra cui il famigerato Fugitive Slave Act che prevedeva la restituzione ai padroni degli schiavi fuggiti verso gli stati abolizionisti) si verificò una forte indignazione dell’opinione pubblica nei confronti dei parlamentari che avevano proposto la legge allo scopo di disinnescare la tensione con gli stati schiavisti e che, infatti, ritardò di una diecina d’anni la crisi che sfocerà nella guerra civile. Il risultato fu la disubbidienza civile, infatti raramente gli schiavisti riuscirono a riavere i loro schiavi fuggiti nel Nord. Inoltre il senatore del Massachusetts Daniel Webster, il cui appoggio fu determinante all’approvazione della legge, si giocò l’elezione alla Casa Bianca per cui tre volte s’era candidato. Ecco così che allineandosi a questo orientamento predominante lo spiritismo indubbiamente aumentava la propria popolarità. Il sostegno alla campagna di arruolamento nell’esercito dell’Unione fornito dai circoli spiritistici aveva il medesimo scopo e in più procurava carne da cannone per la gioia perversa del principe delle tenebre.

Forse non molti sanno che lo spiritismo era, in senso stretto, molto familiare al primo cittadino degli Stati Uniti. Infatti Mary Todd, la moglie del presidente Lincoln, era una fervente spiritista della prima ora; interesse probabilmente derivato dalla perdita del secondogenito Edward, morto nel 1850 a soli quattro anni. Ma fu con la morte di Willie, il figlio undicenne amatissimo da entrambi i genitori, avvenuta nel 1862, che l’interesse della donna per lo spiritismo si fece ossessivo. La Casa Bianca divenne un viavai di medium e le sedute spiritiche si moltiplicarono e con esse pure i fenomeni d’infestazione. Nell’ottobre del 1863 Mary scriveva alla sorella Emily: “Willie è vivo. Viene a trovarmi tutte le notti e si siede ai piedi del letto con l’identico dolce adorabile sorriso di sempre. Non sempre viene da solo. Ogni tanto si accompagna con Eddie [il fratellino morto nel 1850], e per due volte è venuto insieme a nostro fratello Alex [ucciso quell’anno nella battaglia di Baton Rouge]”.

Anche il marito Abraham partecipava alle sedute, sebbene con minore assiduità. Era meno ossessionato di Mary, ma molto interessato e coinvolto. Segnalata la sua presenza durante quelle tenute dai famosi medium Charles Colchester, Charles Foster, J.B. Conklin, Cora Scott e, soprattutto, Nettie Colburn ospite abituale alla Casa Bianca che il Presidente interpellò spesso prima di prendere importanti decisioni politiche ed anche militari. Anni dopo la Colburn scrisse un libro (Was Abraham Lincoln a Spiritualist?) in cui ricordò la sua esperienza con la coppia presidenziale. L’immagine che emerge di lui è quella di un uomo risoluto e intelligente, che non delegava ad altri la propria capacità di giudizio e tuttavia che lasciatosi tentare dal mondo dell’occulto ne fu inevitabilmente sedotto. Quando un uomo, per quanto possa ritenersi dotato, si mette a discutere con i demoni, che possiedono ancora l’intelligenza degli angeli, non può che uscirne sconfitto. Quando la medium in trance gli parlò con il tono e il piglio inequivocabili di Daniel Webster, morto dieci anni prima eppure lì davanti a lui, quel Webster del Compromesso, che sacrificava gli schiavi all’Unione e al cui pensiero egli certamente s’era ispirato, allora ne fu sopraffatto. Davvero l’anima sopravvive alla morte! E quando la giovane medium si risvegliò, le posò una mano sul capo e le disse: “Figliola, tu possiedi un dono molto singolare; non ho alcun dubbio che esso venga da Dio” (dimenticando che Dio condanna esplicitamente la negromanzia; v. Deut 18:10-12; 1Cron 10:13-14; Isa 8:19). Da allora le sedute con Nettie Colburn alla Casa Bianca proseguirono a oltranza, talvolta anche in presenza di alti ufficiali dell’esercito alla ricerca di suggerimenti per migliori strategie. E fu così che pensando di usare un dono di Dio, Lincoln intrattenne relazioni con i demoni e prese da loro consigli sapientemente mischiati, buoni e cattivi, come essi usano per confondere gli uomini. Persino il Proclama per l’Emancipazione si dice che sia stato redatto con l’aiuto degli “spiriti”. E a ben pensarci non stupirebbe se si considera quale capolavoro d’ipocrisia esso sia. Infatti, sebbene si rivelasse il primo passo nella direzione dell’emancipazione, di per sé esso – come osservò lord Palmerston – “si impegnò ad abolire la schiavitù dove non aveva alcun potere di farlo, e la protesse dove poteva distruggerla”.


Conclusione

La guerra è una sciagura in cui Satana e i suoi angeli sono coinvolti a tutti i livelli e in tutte le sue fasi. Al contempo essa è uno strumento estremo di castigo e di correzione che non si verifica se Dio non lo consente o non lo ordina; del cui svolgimento, sorte e conclusione Egli mantiene il pieno controllo, se il caso lo richiede intervenendo in modo perentorio per regolarne il processo, sia nel senso del risultato che dei tempi per raggiungerlo. La battaglia di Bull Run, all’interno della guerra di secessione, ne è stato un chiaro esempio che richiama le vicende della storia del popolo d’Israele, quando Dio svelava i retroscena del proprio intervento ai profeti. Sembra di rivedere nella confusione creata tra le schiere dei nordisti l’eco di quella provocata tra i madianiti ai giorni di Gedeone, quando questi “si misero a correre da una parte e dall’altra, urlavano di paura e cercavano di fuggire… il Signore gettò nel panico tutto l’accampamento, e… infine tutto l’esercito prese la fuga… fino alle rive del torrente Abel Mecola, nei pressi di Tabbat” (Giud 7:21.22). Nel nostro caso fino alle rive del torrente Bull Run, nei pressi di Manassas. Oppure sembra di vedere il potente “angelo del Signore” quando da solo “fece morire centottantacinquemila uomini dell’esercito assiro” (Isaia 37:36). Fatte le debite distinzioni del caso, chiaramente. Infatti, mentre gli assiri per le ragioni che Dio conosce andavano fisicamente eliminati, gli americani andavano solo fermati perché la guerra non finisse prima dell’abolizione della schiavitù. Ed anzi, l’intervento dell’angelo in quel preciso momento impedì le forti perdite che invece, ad esempio, ci furono nello stesso luogo l’anno seguente nella seconda battaglia di Bull Run. Se Washington avesse ascoltato le richieste che in tal senso giungevano pressanti da più parti dell’opinione pubblica, la guerra sarebbe presto finita e si sarebbe evitato il successivo spargimento di sangue per l’ostinazione di chi amava l’istituto della schiavitù o non se ne curava più di tanto. In seguito, meditando sulla propria storia, in molti colsero questo legame semplicemente ascoltando la propria coscienza. Tra questi citiamo John Pierce St. John, già governatore del Kansas e candidato nel 1884 alla presidenza degli Stati Uniti, quando affermò in un suo discorso del 1891: “Non fui mai così deluso come quando i Confederati ce le suonarono a Bull Run. Ma faceva tutto parte del piano di Dio. Se avessimo battuto i Confederati, i politicanti avrebbero rabberciato la pace, e l’Unione avrebbe mantenuto lo schiavismo che ci ritroveremmo ancora ai giorni nostri. Così per due anni i Confederati ci tennero in scacco; ma dopo che Lincoln promulgò il ben noto Proclama per l’emancipazione [degli schiavi] ci ponemmo subito dalla parte di Dio e fummo invincibili”.

Quell’episodio di 150 anni fa ci offre la chiave di lettura di conflitti più vicini ai nostri giorni e alle nostre latitudini. Penso in particolare alla seconda guerra mondiale e alla conquista alleata della penisola italiana. Se l’invasione fosse stata condotta in modo intelligente, come avvenne per la Sicilia, l’esercito tedesco sarebbe stato rapidamente neutralizzato e si sarebbe risparmiata all’Italia la sofferenza di tante battaglie e l’oppressione d’un crudele regime fantoccio al Nord. Gli storici sono concordi nel registrare una serie di errori disarmanti e ingenuità da parte delle truppe d’invasione, e prima ancora una serie di colpevoli titubanze da parte della corona e del governo provvisorio, che consentirono ai tedeschi di riorganizzarsi e di causare da un lato gravi perdite all’esercito alleato e dall’altro d’opprimere la popolazione civile. Ebbene, in questo sviluppo d’eventi io vedo la mano di Dio al contempo castigatrice e misericordiosa. Quello degli italiani brava gente era purtroppo solo un mito. Il regime fascista era nato con la complicità della monarchia, delle classi privilegiate (e persino della Chiesa!) sullo sfondo di gravi ingiustizie sociali; e alimentò l’arbitrio, le violenze, le prepotenze, le ambizioni personali, i nepotismi, e gravi e assurde discriminazioni quali le leggi razziali. E poi le guerre. L’esercito italiano fu autore di eccidi indegni di una nazione che si professava civile e cristiana; basti pensare ai massacri nelle avventure coloniali, al bombardamento di Guernica, alle bonifiche etniche nei Balcani. Troppo facile quando le cose andavano male uscirsene con un semplice armistizio, incolpando di tutti i mali il regime come se fosse un corpo estraneo. Quello italiano non era un popolo puro e innocente, oppresso da pochi ribaldi, ed era giusto che conoscesse in casa un po’ degli orrori della guerra che aveva portato ad altri. Ed ecco allora l’immagine dell’angelo che si piazza sulla spiaggia di Anzio, per rendere strategicamente stupide le truppe da sbarco americane, o sulla linea gotica per dare efficacia alla “ritirata combattuta” di Kesselring al punto di trasformarla in una “vittoria difensiva” fino al giorno in cui era stabilito che le truppe tedesche si arrendessero senza condizioni agli alleati. Ma al contempo, insieme al castigo di Dio in questi eventi, è possibile riscontrarvi la sua mano misericordiosa. La Repubblica di Salò, per quanto oppressiva, durò solo 19 mesi; poca cosa rispetto alla Repubblica Democratica Tedesca che divise il popolo germanico, senz’altro più colpevole di quello italiano, per ben 41 anni. E inoltre Salò ha gettato le basi dello stato democratico. Infatti la lotta partigiana diede voce in capitolo ai movimenti popolari che sul momento Vittorio Emanuele III e Badoglio avevano tentato di zittire. Costoro avevano già preso contatto con gli esponenti dell’Italia liberale prefascista pensando di poter cancellare come nulla vent’anni di regime e tornare ad una democrazia dei pochi, stile ‘800. La lotta partigiana e il comitato di liberazione nazionale furono l’indispensabile premessa per la nomina di un’assemblea costituente equilibrata, portatrice di molte istanze, che ci regalò una delle più belle costituzioni al mondo che purtroppo oggi si tenta di snaturare per tornare all’arbitrio, al privilegio e all’impunità. Ecco, questo è stato un bel regalo che Dio ha fatto ai figli suoi che vivono anche in Italia. E mi piace immaginare quell’aula costituente visitata, oltre che dagli immancabili agenti di Satana, anche dagli angeli del cielo seriamente impegnati a suggerire e incoraggiare certe proposte e a scoraggiarne altre per regalarci cinquant’anni di libertà in uno stato di diritto. A tutti noi: ai buoni, e grazie ai buoni anche ai cattivi. “Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male” (Mt 5:45). Finché la misura non sarà di nuovo colma.

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domenica 28 dicembre 2008

Natale, vale o non vale?

La ricorrenza natalizia oltre ad essere la più bella festa del mondo cristiano ci è pure invidiata dalle altre fedi e dalle altre culture. Pensiamo ad Hanukkah, la festa ebraica delle luci che commemora la riconsacrazione del tempio di Gerusalemme dopo la cacciata dei seleucidi. Ebbene, come ha osservato lo scrittore ebreo Herman Wouk, essa era “una semifestività di mezzo inverno” che “non sembrava quasi una festa”; erano normali giorni di lavoro, senza “ufficiature in sinagoga né rotoli di pergamena da leggere né tradizioni pittoresche da osservare né storia biblica da narrare”. Consisteva giusto in una melodia che s’intonava alla sera e in otto candeline arancione pallido, accese per otto giorni sul davanzale, per ricordare il miracolo della menorà. Questa ricorrenza minore, appena sollevata dai pochi spiccioli e dai dolci fritti di fecola e uova che nonni e genitori regalavano ai bambini, era destinata a richiamare “per sempre la tristezza dei crepuscoli invernali… poca cosa se paragonata al Sukkoth, a Pasqua o anche al sabato”. E così fu sino al XX secolo. Ma Hanukkah possiede una particolarità: ha inizio il 25 del mese di kislev, cioè all’incirca quando ricorre il Natale dei cristiani. E con la crescente popolarità di questo come maggiore festività del mondo occidentale, Hanukkah cominciò a rappresentare l’opportuna occasione per scambiarsi i doni in quel periodo come sostituto ebraico del Natale. Ma se persino gli ebrei sono rimasti condizionati da questa festa cristiana, essi, che verso la figura del Cristo non serbano la migliore delle simpatie, quanto più ha affascinato altre fedi e culture. A cominciare dall’altro monoteismo intransigente che è la religione islamica, la quale non vede in Gesù-Issa un falso messia bensì un vero profeta superato solo da Maometto. I musulmani riconoscono la ricorrenza del Natale, che chiamano “Aid al Ualid”, sebbene non la onorino come le altre ricorrenze islamiche. Ma quelli che vivono tra i cristiani, i meno integralisti, hanno imparato ad apprezzare le atmosfere che crea e l’attendono con simpatia. E proprio il fascino dell’atmosfera natalizia ha fatto sì che anche altre culture molto lontane dalla nostra, come quella cinese e giapponese, in qualche modo se ne appropriassero. In Giappone sono soprattutto i fidanzati a scambiarsi doni sotto l’albero, mentre l’uso di mettere le decorazioni natalizie è più recente in Cina e limitato alle sole aree urbane. Qualcuno ha fatto notare che persino Babbo Natale è cinese dato che gran parte dei doni che il mondo occidentale si scambia e degli stessi alberi sintetici è prodotto in quel Paese.

Ma, nonostante questa generale popolarità, all’interno del mondo cristiano la ricorrenza natalizia non viene vista con unanime simpatia. Non mi riferisco ai neopagani d’occidente, agli atei o anche solo agli indifferenti che di Cristo pensano non aver bisogno. Ma parlo di quei cristiani che accettano riconoscenti Gesù come loro personale salvatore. Ebbene, alcuni di questi ultimi sono in varia misura critici nei confronti del Natale. A cosa si deve questa ostilità? Due sono sostanzialmente le ragioni che essi adducono a sostegno di quest’atteggiamento critico. Una d’ordine storico e l’altra d’ordine etico. E sono ragioni più che fondate.

I cristiani detrattori del Natale affermano che questa festività non ha fondamento biblico, non è stata comandata cioè né da Gesù né dagli apostoli, e che ha anzi un fondamento pagano ben documentato. Hanno ragione. Il fatto che essa cada il 25 dicembre la dice lunga sulla sua reale origine. Il 21 dicembre è il giorno del solstizio d’inverno, quello cioè in cui il sole raggiunge la sua minima altezza rispetto all’orizzonte, il suo moto apparente sembra fermarsi (solstitium = sole fermo), per poi prendere a risalire nei giorni che seguono. Questa inversione apparente del moto diviene visibile tre/quattro giorni dopo e dal 25 dicembre il sole sembra rinascere a nuova vita e le giornate cominciano a crescere. Tale fenomeno astronomico, ben noto agli antichi, venne associato ai vari culti solari di culture molto distanti tra loro, dai celti agli arabi. Con la sintesi religiosa, iniziata in età ellenistica e compiuta in età romana, anche i culti solari subirono un interscambio sincretistico e si mescolarono tra loro a partire dai simboli. Helios, Apollo, Serapide, Dusares, Mitra ed altre divinità finirono per condividere caratteri solari. Persino il Cristo risorto venne raffigurato con la corona raggiata e il carro solare. Nel 272 l’imperatore Aureliano sconfisse Zenobia, regina di Palmira, grazie all’aiuto determinate della città di Emesa. L’appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del dio Sole Invitto, bendispose Aureliano che adottò questo culto e trasferì a Roma i suoi sacerdoti. Prima di lui gl’imperatori d’origine siriaca Caracalla ed Eliogabalo erano stati adoratori del sole ma Aureliano fece del Sol invictus la religione ufficiale dell’Impero. E, a partire dal 274, il 25 dicembre divenne ovunque sul territorio di Roma il Dies Natalis Solis Invicti. In questo modo Aureliano manifestava la propria gratitudine alla divinità solare e al contempo cercava di dare coesione culturale alle varie province dell’Impero. Anche Costanzo Cloro e il figlio Costantino furono cultori del dio Sole. Le monete ufficiali di Costantino portavano l’iscrizione Soli Invicto Comiti, ovvero “al Compagno Sole Invitto”. Fu Costantino, nel 321, a stabilire che il giorno del Sole (la futura domenica) fosse dedicato al riposo; e sempre lui, nel 330, fece coincidere per decreto la natività di Gesù con la festività pagana della nascita del Sol Invictus. Nel 337 papa Giulio I ratificò questa decisione in modo che – come scrisse Giovanni Crisostomo nel 390 – “in questo giorno, [25 dicembre], anche la natività di Cristo fu definitivamente fissata in Roma”.

A questo punto sorge la domanda: perché la Chiesa accettò di far coincidere il Natale di Gesù con quello del Sole? E perché diede ufficialità all’evento a più di tre secoli dai fatti? La risposta è banale. La comunità cristiana primitiva semplicemente ignorava la data di nascita di Gesù, come del resto la maggior parte dei dati biografici che lo riguardavano, soprattutto antecedenti al ministero. Essa era principalmente concentrata sulla sua missione e sul suo messaggio. Gesù per essa non era un personaggio del passato da commemorare, ma una persona vivente che dimorava nei cuori dei fedeli e che presto sarebbe tornata per prenderli con sé. Il focus temporale su cui era fissata la sua attenzione era un momento centrato in un imminente futuro. Di questo era almeno convinta inizialmente. Comunque il messaggio della risurrezione sopravanzava per importanza quello della nascita. L'unica ricorrenza che essa ricordava di Gesù e dei suoi testimoni era quella della loro morte. La commemorazione pasquale dei cristiani di fatto s’innesta senza soluzione di continuità su quella ebraica, anche se dagli apostoli non fu mai comandata. La commemorazione natalizia era invece sconosciuta alla Chiesa primitiva. La prima festività in tal senso di cui si ha notizia è l’Epifania, sorta nel II secolo tra i cristiani d’Egitto, ovvero nella patria storica del sincretismo. E già qui ha verosimilmente a che vedere con il culto solare, nella specificità del mito di Osiride. Dagli scritti di Epifanio di Salamina si evince infatti che la festività cristiana fu introdotta in relazione alle celebrazioni solari che avevano luogo il 6 gennaio ad Alessandria d’Egitto. Riferendosi alla manifestazione della Divinità in forma visibile, essa commemorava insieme alla nascita di Gesù, anche il battesimo e il primo miracolo da lui compiuto.

Col tempo comunque sorse la curiosità di conoscere la data di nascita di Gesù. Sempre Epifanio scriveva che alcuni cristiani la festeggiavano a giugno ed altri a luglio. Clemente Alessandrino supponeva che tale data potesse farsi cadere il 17 novembre del 3 a.C., ma che c’era dibattito così che altri la indicavano nel mese di gennaio ed altri ancora nel 19 aprile o nel 20 maggio. Cipriano si diceva invece convinto che la data dovesse cadere il 28 marzo, sia perché i pastori che andarono a visitare il bambino (Lc 2:8) potevano vivere all’addiaccio solo in un mese mite, sia per l’opinione che Gesù sarebbe nato nello stesso giorno in cui fu creato il sole, che secondo i calcoli del tempo cadeva in quella data. C’era quindi il desiderio di commemorare quel giorno e al contempo un’infinità di proposte tutte legate a supposizioni di vario genere. Pertanto la decisione di papa Giulio I di fissarlo per convenzione al 25 dicembre fu accolta come una buona soluzione. Anche perché in questo modo si cercava di contrastare la tendenza di molti neoconvertiti di continuare a prender parte ai festeggiamenti che in quel giorno si dedicavano al natale del dio Sole. Non bisogna infatti dimenticare che la festa del Sole invitto si era affermata come la ricorrenza più importante dell’Impero che concludeva il popolare festeggiamento dei Saturnali.

Questa consuetudine della Chiesa di sovrapporre le categorie cristiane a quelle pagane per sostituirsi alle ricorrenze e ai luoghi sacri del paganesimo non era, tuttavia, priva di rischi. Con la sovrapposizione, infatti, raramente le categorie pagane venivano del tutto soppiantate e qualcosa d’esse passava nel culto cristiano sotto forma di prestito sincretistico. Ciò si verificò pure con i culti solari. L’adozione del giorno del Sole (la domenica) come giorno di riposo settimanale da dedicare al culto e il festeggiamento del Natale cristiano nella stessa data dedicata al natale solare portò inevitabilmente a commistioni e a confusione. L’imperatore Adriano scriveva già nel 134 che “gli adoratori di Serapide (divinità solare) sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide chiamano se stessi Vicari di Cristo”. Significativa anche l’osservazione di Tertulliano quando scriveva: “Molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia”. Non era sufficiente che i conduttori della Chiesa fossero in maggioranza ben consapevoli che le sovrapposizioni e le sostituzioni fossero solo un’operazione di “marketing”, che – come invitava a fare Agostino – il 25 dicembre non andava festeggiato il Sole bensì Chi aveva creato il Sole, e che tutti i riferimenti alla luce e al sole che la Bibbia attribuisce a Cristo sono da intendersi in senso simbolico. E comunque non tutti i conduttori avevano le idee chiare se nella metà del IV secolo il vescovo Pegasio ammetteva d’invocare segretamente il Sole. Le commistioni producono inevitabilmente confusione nei deboli, negli impreparati, negli inconvertiti. Tale confusione si protrasse per molti secoli, e l’editto di Teodosio, che vietava i culti diversi dal cristianesimo, non determinando automaticamente la conversione istantanea e sincera dei pagani, non fu certo d’aiuto. Ancora ottant’anni dopo, nel sermone di Natale del 460, papa Leone I prendeva atto sconsolato: “È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei”.

I critici del Natale, oltre all’origine non biblica e alla sovrapposizione con il culto solare, fanno notare i prestiti giunti alla ricorrenza dal paganesimo, soprattutto nordico, sotto la forma di tradizioni popolari. Ma non solo nordico. Pensiamo al presepe, attribuito all’iniziativa di Francesco d’Assisi che l’avrebbe realizzato per la prima volta a Greccio nel 1223. Sembrerebbe un’invenzione originale, sorta in ambito cristiano. In realtà essa affonda le sue radici nella festa, detta Sigillaria, introdotta nel primo secolo e che si svolgeva il 20 dicembre. Era detta così perché i parenti si scambiavano le statuette (sigilla) dei familiari defunti durante l’anno e che, poste in apposite edicole, erano oggetto di venerazione come Lares familiares. In attesa della celebrazione che vedeva riunite le famiglie nella casa patriarcale, i bambini avevano il compito di lucidare le statuette e di disporle, così come la creatività suggeriva loro, in un piccolo recinto che rappresentava un ambiente bucolico in miniatura. Realizzavano, insomma, un presepe ante litteram. Nella vigilia della festa, dinanzi a questo presepe, la famiglia si raccoglieva per invocare la protezione degli avi e offrir loro ciotole con bevande e vivande. Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano dolci e balocchi lasciati loro “dai morti”, cioè dai nonni e bisnonni trapassati. La cosa interessante, che suggerisce la continuità storica tra le due tradizioni, è la vicinanza tra il grande mercato di Natale che a Roma si svolge a Piazza Navona e il mercato delle feste Sigillarie, ove in veri e propri presepi si esponevano per la vendita i sigilla, che si teneva nei Saepta Iulia, appena due passi più il là. Ma ciò non deve stupire perché, come s'è detto, era consuetudine dei cristiani appropriarsi delle feste tradizionali pagane, mantenendone i riti e le date. Essendo una tradizione molto antica e sentita (volgendosi al ricordo dei familiari defunti), il “presepe pagano” sopravvisse nella cultura rurale almeno fino al XV secolo, quindi anche dopo che Francesco prese l’iniziativa di cristianizzarlo. Ciò che purtroppo s’è mantenuto nella conversione di quest’antica tradizione è il culto delle immagini che l’accompagna e che la dottrina cristiana originale invece proibisce.

Altro prestito giunto dal paganesimo è l’uso di piante beneauguranti come il vischio e l’agrifoglio; il primo considerato pianta sacra soprattutto dai celti e dai germani, il secondo ritenuto in grado di scacciare gli spiriti maligni e usato a scopi rituali da molti popoli, in Europa e persino tra gli indiani d’America. I romani usavano regalarlo agli sposi in segno di augurio e di simpatia. Entrambe le piante venivano appese in casa come oggi si fa con il ramo d’ulivo benedetto.

Altro elemento ornamentale che caratterizza fortemente l'atmosfera natalizia è l’abete decorato. Si trova ovunque: per le strade, nelle vetrine, in casa. Sotto l’albero si lasciano i doni. Ma nulla lega l’albero alla narrazione biblica se non l’ancestrale ricordo dell’albero della vita. È anch’esso una tradizione nordica, richiama l’albero cosmico della mitologia germanica (Yggdrasil) ed è simbolo del risveglio della natura nell’ambito della rinascita del sole solstiziale. Era associato al culto degli spiriti e del dio dell’albero, che ogni anno muore e risorge. L’uso di addobbare l’albero a Natale risale alla Germania del XVI secolo. Prima con ghirlande, nastri, frutti colorati. Poi con le candeline. Infine, verso la metà dell’800, con palline e ninnoli di vetro soffiato e colorato.

E di Babbo Natale che dire? Cos’ha a che vedere con una festa cristiana? È un personaggio di fantasia, prodotto di sintesi con l’apporto di tradizioni mediterranee e nordiche. L’appellativo anglosassone di Santa Claus ricorda la figura di San Nicola vescovo di Mira (Sanctus Nicolaus) da cui prende origine. Vissuto in Asia Minore tra il III e il IV secolo, di lui si tramandano racconti leggendari in cui egli viene esaltato come protettore dei bambini e munifico dispensatore di regali agl’indigenti. In uno di questi racconti si narra che egli lanciò tre sacchetti d’oro a tre vergini senza dote, due per la finestra aperta e uno giù dal camino. Da qui l’immagine di un vecchio fisicamente atletico, perché in grado di arrampicarsi sui tetti. Man mano che la sua leggenda si diffondeva per tutta Europa, egli divenne il sostituto cristiano di personaggi pagani dispensatori di doni quali la romana Befana e i germanici Berchta e Knecht Ruprecht. Al contempo il personaggio di San Nicola cominciava a caricarsi di connotazioni nordiche. Era ancora vestito di abiti vescovili ma si accompagnava talvolta all’elfo Schwarzer Peter (l’uomo nero) che aveva il compito di castigare i bambini cattivi. Cavalcava per i cieli un cavallo bianco o, nei paesi scandinavi, una capra e nella notte tra il 5 e il 6 dicembre consegnava regali in molte zone d’Europa. Dopo la Riforma protestante, in molti Paesi la tradizione di San Nicola che porta doni ai bambini venne soppressa e questo compito passò a Gesù Bambino, non più il 6 bensì il 25 dicembre. Da questo momento, complice involontaria la teologia protestante contraria al culto dei santi, la figura leggendaria di San Nicola subisce una sorta di mascheramento, perdendo la connotazione religiosa e assumendo una fisionomia simile alle figure mitiche dei boschi, retaggio della mitologia nordico-pagana, a cui inizialmente si era sovrapposta per sostituirle. In questa versione “laicizzata”, la figura del buon vecchio dalla barba bianca passò negli Stati Uniti dove nel XIX secolo subì le ultime trasformazioni. Apparve la slitta tirata dalle renne, s’immaginò la sua dimora collocata al Polo nord come una sorta di fabbrica ove con l’aiuto degli elfi egli confezionava i doni destinati ai bambini buoni. La lunga veste, spesso di colore verde, venne sostituita nel 1863 dal vignettista Thomas Nast con una giacca rossa bordata di pelliccia bianca. Nel 1931 questa rappresentazione venne raccolta dalla Coca-Cola Company e utilizzata nelle sue campagne pubblicitarie che contribuirono a diffondere nel mondo l’immagine a tutti nota del simpatico nonnetto rubicondo che a Natale porta i doni ai bambini. La forza della pubblicità per una festa sempre più connotata da componenti consumistiche.

E qui dalle ragioni storiche passiamo alle ragioni etiche. Il Natale cristiano non si è soltanto innestato su un natale pagano, non si è soltanto arricchito di simboli e consuetudini provenienti da tradizioni pagane e dal folclore popolare, ma ha finito per assumere connotazioni che con la religione non c’entrano nulla. La nostra società secolarizzata ed edonista ha ormai da tempo sostituito le cattedrali con i centri commerciali ed ha rimpiazzato gl’ideali spirituali con i beni materiali, con il consumismo. Questa festa per molti consiste in grandi acquisti e in pasti pantagruelici, quando non finisce al teatro o in discoteca. Che c’entra la nascita di Gesù con tutto questo? È la festa dei consumatori e ancor più dei commercianti che attendono con ansia questi giorni, dal buon esito dei quali può dipendere l’attivo dell’intero anno. La mente corre allora inevitabilmente allo sdegno che provò Cristo quando vide il Tempio trasformato in un mercato; e una volta entratovi egli “scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere” (Mt 21:12). Quello era un luogo sacro, questo vorrebbe essere un tempo sacro ma, a quanto pare, con queste fortissime contraddizioni.

Ecco allora i duri e puri, i detrattori senza distinguo del Natale dare addosso alla ricorrenza. Come si fa – affermano questi cristiani tutti d’un pezzo – ad associarsi a questi festeggiamenti con tutte le premesse che sono state evidenziate? Chi lo fa non può essere sincero; semplicemente vuole adeguarsi alla maggioranza per non apparire diverso e subire le critiche degli altri, con la scusa magari dei bambini, per non metterli in imbarazzo a scuola e tra gli amici. E poi, perché i bambini dovrebbero avere un regalo in più (che possibilmente romperanno o metteranno da parte dopo qualche ora) quando tanti altri bambini mancano del necessario? E ancora, perché appesantirsi con dannose e peccaminose gozzoviglie quando i due terzi della popolazione mondiale e milioni di bambini muoiono letteralmente di fame? Se il Signore nella sua sapienza non ha voluto farci conoscere il giorno esatto della nascita del Salvatore ci sarà stato un motivo! Tenersi alla larga dalle festività istituite dalla Chiesa cattolica, in ogni caso e a priori, è un sano esercizio di igiene spirituale che irrobustisce il movimento evangelico ed evidenzia le differenze tra ciò che è biblico e ciò che non lo è, e pone al riparo dalle pressioni secolari esterne. “Per ciò che ci riguarda, noi non festeggiamo il Natale, per noi è un giorno come tutti gli altri, anche se fuori di casa l’atmosfera che ci circonda in quel giorno è diversa da quella degli altri giorni. Non facciamo auguri, pranzi speciali, o riunioni speciali. E agli auguri di Natale che ci danno non contraccambiamo”, affermano questi fratelli integralisti.

Io parto da un presupposto del tutto diverso. Come afferma Paolo, noi cristiani siamo “stati chiamati alla libertà” (Ga 5:13). È vero che la nostra unica regola di fede è la Bibbia, ma Dio ci ha donato l’intelligenza e il buonsenso perché li usassimo. Ogni cosa che non contraddice l’insegnamento biblico dev’essere valutata dai suoi frutti. Per quanto riguarda l’istituzione del Natale, io mi chiedo, esso si dimostra un male in sé o è sbagliato lo spirito con cui talvolta lo si celebra, certi eccessi, accostamenti, ritualità collegate? Proprio alla luce di quel che finora abbiamo esaminato, io propendo decisamente per questa seconda impostazione. E in fondo anche tanti cristiani di buonsenso membri di denominazioni fondamentaliste sentono che le cose stanno così. Porto l’esempio di una ragazza pentecostale a cui era stato chiesto se nella sua chiesa si festeggiasse il Natale. Lei cominciò ad elencare tutte le motivazioni per cui non lo si faceva: il fatto che il 25 dicembre è una data convenzionale; che nostro Signore desidera essere ricordato 365 giorni all’anno e non in uno soltanto; che il vero Natale è quello in cui ci siamo convertiti perché è quello il giorno in cui Gesù è nato nel nostro cuore; delle varie contaminazioni dottrinali che hanno inquinato il cristianesimo dal momento che si è innestato sulle tradizioni pagane. Poi, dopo le spiegazioni di rito, la ragazza osservò: “Io però non ho i genitori evangelici, quindi in un certo modo devo un po’ adattarmi a quello che si è sempre fatto in casa, ma di questo giorno posso prendere anche alcuni lati positivi. Anzitutto può essere una bella occasione per stare assieme ai miei familiari. Può anche essere un’opportunità per aiutare chi ha bisogno; approfittare di questo clima di pace per rendere più incisiva la mia testimonianza; fare qualche pensierino d’amore alle persone a cui tengo; perché no, anche per riposarmi e rilassarmi un po’ dopo mesi di lavoro. Alla fine penso: è vero che molte cose sono sbagliate ma almeno una volta all’anno il mio Gesù viene ricordato!”

Quanto buonsenso nelle parole di questa giovane donna. Sicuramente, mi permetto di dire, ben più di quello espresso dalle sue guide fondamentaliste. Gl’integralismi, da qualunque pulpito provengano, non conoscono mai le ragioni del cuore e quindi neppure quelle di Dio, che è amore, del quale pretendono forzare il punto di vista, possibilmente Bibbia alla mano, dei cui versetti infarciscono le loro rigide sentenze. Ma allora prendiamo anche noi la Bibbia e cerchiamo elementi che impediscano di commemorare la nascita di Cristo nello spirito del Natale. Partendo proprio dalle obiezioni che vengono sollevate. Dove è scritto che è diseducativo fare doni ai propri bambini, così com’è d’uso a Natale? Gesù non biasima ma loda gli uomini che, nonostante i loro limiti, sanno fare buoni doni ai loro figli e li prende ad esempio della disponibilità di Dio che ancor meglio desidera donare “cose buone a quelli che gliele chiedono” (Mt 7:11). Certo, i doni devono essere buoni e appropriati ma non è il dono in sé che è sbagliato. E non solo ai bambini, perché tutti siamo un po’ bambini e a tutti fa piacere essere ricordati. Si critica la convivialità, il riunirsi insieme per consumare nella gioia un pasto speciale. Ma la Bibbia non solo non condanna la convivialità, addirittura la incoraggia. Vi erano circostanze in cui agli ebrei era prescritto di banchettare allegramente: “Comprerete quel che desiderate: bovini, pecore e capre, vino o birra, o qualunque altra cosa di vostro gusto. Farete un banchetto davanti al Signore, vostro Dio, e farete festa con le vostre famiglie” (Dt 14:26). Non sembra la prescrizione di un pasto frugale e mortificato. Certo si dice che il banchetto andava fatto “davanti al Signore”, come, cioè, se il Signore fosse seduto in mezzo ai festeggianti; il che significava che non bisognava scadere nello spirito profano, che bisognava mantenere quel minimo di sobrietà che impedisse di degenerare nella gozzoviglia e nell’ubriachezza. D’altra parte non è neppure opportuno banchettare tutti i giorni, riducendo la vita ad un unico, ininterrotto festino. Ma i censori dei costumi hanno sempre da ridire; lo fece notare Gesù parlando dei farisei: “È venuto Giovanni Battista, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere" (Mt 11:18,19). C’è il tempo della frugalità e quello della convivialità. Gesù, il nostro modello, quando invitato, non disdegnava di prender parte ai conviti. Iniziò persino il proprio ministero da una festa di matrimonio, ove il momento conviviale era ben più consistente che nelle nostre nozze, e il suo primo miracolo non riguardò una guarigione bensì la trasformazione dell’acqua in una bevanda voluttuaria. Non è far festa coi cibi che è sbagliato finche essi da strumento non si fanno fini. La gente portata via dal diluvio non fu condannata perché mangiava e beveva (cf Mt 24:38,39) ma perché si limitava a quello e non aveva coltivato la propria dimensione spirituale. Certo chi festeggia deve ricordarsi, nella misura del possibile, degli indigenti; non dovrà dimenticarsi dei leviti loro vicini “poiché non hanno ricevuto una proprietà come voi” (Dt 14:27). Ma attenzione a non usare la massa astratta dei poveri per criticare le risorse spese per dare concretezza agli affetti e ai sentimenti verso le persone care. Così fece Giuda quando criticò Maria per aver cosparso i piedi di Gesù con una costosissima essenza profumata. Quei soldi avrebbero potuto servire meglio ai poveri, osservò Giuda. Ma Gesù lo rimproverò. Giuda pensava allo spreco e criticò la donna; Gesù pensava al gesto e la difese. Dicono: “Ma Gesù non ha istituito il Natale e la Chiesa non ha il diritto di istituire una festa e di rendere sacro un giorno. Se Gesù non ha consentito che si conservasse il ricordo del giorno della sua nascita ci sarà un motivo e commemorando il 25 dicembre in realtà onoriamo una ricorrenza pagana e approviamo una delle innumerevoli commistioni con il paganesimo che hanno snaturato il cristianesimo”. È vero, il Natale non è stato istituito da Gesù e la Chiesa non ha il diritto di rendere santo un giorno. Tutte le festività dell’Antico Patto sono state abolite con il passaggio al Nuovo in quanto figura “di quella realtà che doveva venire che è Cristo” (Cl 2:17). L’unico giorno che conserva un carattere sacro è il settimo giorno della settimana in quanto proclamato con il Decalogo che non è stato mai abolito e continua ad essere valido. E forse è proprio per questo che Dio non ha voluto che si serbasse memoria della data di nascita di Gesù: perché non se ne facesse oggetto di idolatria rendendolo santo per iniziativa umana. Ma non è necessario che un giorno sia reso santo per svolgere la sua funzione di commemorazione. Le grandi istituzioni civili come l’ONU non proclamano delle giornate mondiali dedicate a dei temi di rilevante interesse generale quali i diritti umani o l’abolizione della schiavitù? Analogamente una chiesa o un consiglio di chiese non hanno il diritto di proclamare una giornata in cui commemorare un evento così determinate per i destini umani come la nascita di Dio che s’è fatto uomo? Ecco, per me è questo il Natale: la giornata mondiale della nascita di Gesù. Possiamo commemorare di tutto e non possiamo celebrare quest’evento, in modo che almeno una volta all’anno si sia in tanti a poterlo ricordare? Quanto al fatto che esso sia stato innestato sopra una festività pagana, effettivamente allora ha costituito un rischio e un motivo di confusione che per secoli ha consentito il protrarsi del culto solare. Come abbiamo già detto, la sovrapposizione dei culti cristiani su quelli pagani è stata una grave causa di sincretismo che ha introdotto in certe denominazioni cristiane gravi aberrazioni dottrinali come il culto delle creature, le pene eterne e la ripetizione del sacrificio nella messa. Tuttavia nel caso specifico del Natale, ormai queste commistioni si sono dissolte ed esso ricorda esclusivamente la nascita di Gesù. È vero che la cosiddetta messa di mezzanotte dà l’impressione che Gesù debba rinascere ogni anno e che la rievocazione simbolica di tale nascita nella notte santa è una rappresentazione carica di contorni idolatrici culminanti con il bacio della statua di Gesù bambino e la sua benedizione. Ma questa è una deviazione, legata al culto delle immagini e alla dottrina della messa, che riguarda una particolare denominazione e non coinvolge l’intero mondo cristiano. Quanto ai simboli che provengono dal paganesimo, soprattutto nordico, che contribuiscono all’atmosfera natalizia, quali l’uso del vischio, dell’abete decorato o dello stesso Babbo Natale, hanno perduto ogni connotazione religiosa e rimangono elementi folcloristici esterni alla dottrina. L’importante è sapere tutto questo e comunicarlo con chiarezza ai nostri figli in modo che sappiano discernere ciò che è fede da ciò che è costruzione umana. C’è infine lo svilimento in senso consumistico della festa che per molti si riduce al saccheggio dei centri commerciali e ad una grande indigestione. È il segno della carenza di valori spirituali che tocca profondamente anche la nostra civiltà. Gli stessi paesi anglosassoni, più vicini alla nostra cultura evangelica, in questa circostanza si dimostrano persino più consumisti e festaioli dei paesi latini e cattolici. È un’utopia pensare che a Natale si acquisisca d’incanto la fede e si diventi tutti dei buoni cristiani. Però c’è anche tanta gente sensibile alla dimensione spirituale, talvolta solo distratta dalle sollecitudini e dai ritmi che la vita sociale c’impone, e che trae beneficio dall’atmosfera natalizia; gente che può fermarsi un momento per ricordare l’evento della nascita del Salvatore e riascoltare il messaggio pieno di speranza che nella notte della natività gli angeli diedero ai pastori di Betlemme: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli gradisce”. Ecco, il Natale correttamente inteso, è una buona occasione per riunire idealmente la famiglia del cielo a quella della terra, ed anche le singole famiglie degli uomini, attorno a questa grande speranza che ha cambiato il destino dell’umanità. Natale vale, se Cristo Signore nasce nel cuore.

Per approfondire: Winter Light Festival

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